Māyā (māyā, माया) è un concetto della filosofia del Sanātana Dharma che designa la forza grazie alla quale l’unica realtà assoluta si manifesta come mondo della molteplicità e delle forme.
Nella tradizione dell’Advaita Vedānta, la māyā è intesa come la forza cosmica della manifestazione, che crea l’apparenza della separazione laddove in realtà esiste la realtà non duale del Brahman.
Essa non è una realtà autonoma e non possiede un’esistenza assoluta. La māyā è descritta come un velo d’ignoranza (avidyā), a causa del quale la vera natura della realtà non viene riconosciuta e l’unità viene percepita come molteplicità.
Etimologia
La parola māyā deriva dalla radice sanscrita √mā (मा), che significa: «misurare», «determinare una misura», «dare forma», «definire i confini». Da questa radice deriva il significato di «forza formatrice», ossia la capacità di conferire a ciò che è privo di forma contorni e misura determinati.
Nei primi testi vedici la parola māyā aveva diversi significati:
una forza particolare,
la capacità di creare forme,
il potere miracoloso o creativo di una divinità.
Per esempio, nella poesia vedica māyā può indicare la forza misteriosa degli dèi attraverso la quale il mondo si manifesta.
Sviluppo filosofico
Nell’interpretazione filosofica più tarda, specialmente in Ādi Śaṅkarācārya, māyā è intesa come la forza di manifestazione del mondo, grazie alla quale la realtà infinita e indivisibile del Brahman viene percepita come molteplicità di forme.
Pertanto, dal punto di vista etimologico e filosofico:
māyā è la forza che «misura» l’illimitato e lo rende percepibile come mondo di forme e differenze.
Perciò, in senso filosofico, la māyā non è semplicemente un’«illusione», bensì il principio della manifestazione e del condizionamento, grazie al quale la realtà assoluta viene percepita come molteplicità del mondo.
Nell’Advaita, la māyā è definita anirvacanīya, ossia «indescrivibile» o «inesplicabile», poiché non può essere classificata né come completamente reale (sat), né come completamente irreale (asat). È una categoria ontologica unica, che Śaṅkara descrive così:
«né esistente né inesistente, né entrambe le cose insieme, né distinta dal Brahman né non distinta da esso, né entrambe le cose insieme».
Sviluppo storico del concetto
Il concetto di māyā ha attraversato una lunga evoluzione nel pensiero filosofico indiano:
Nel periodo vedico (ca. 1500-800 a.C.), il termine «māyā» era usato nel significato di «forza soprannaturale» o «capacità miracolosa».
Nelle prime Upaniṣad (ca. 800-600 a.C.) compaiono i primi abbozzi del concetto della natura illusoria del mondo, sebbene il termine «māyā» non venga usato specificamente in questo contesto.
Nella Śvetāśvatara Upaniṣad (śvetāśvatara upaniṣad, ca. 400-200 a.C.), la māyā viene per la prima volta esplicitamente associata all’illusione cosmica: «Si deve riconoscere la māyā come prakṛti (natura materiale) e il signore della māyā come Maheśvara (il grande Signore)» (4.10).
Gauḍapāda (gauḍapāda, VI-VII secolo d.C.), nella sua Māṇḍūkya-kārikā (māṇḍūkya-kārikā), sviluppa il concetto di māyā, stabilendo analogie con lo stato di sogno, nel quale la mente crea un mondo illusorio.
Ādi Śaṅkara (ādi śaṅkara, 788-820 d.C.) elabora pienamente la dottrina della māyā come principio cosmico che spiega l’apparenza della molteplicità nonostante l’unità fondamentale della realtà.
Dopo Śaṅkara, diverse sottoscuole dell’Advaita, come la Bhāmatī (bhāmatī) e la Vivaraṇa (vivaraṇa), proposero differenti interpretazioni della natura della māyā e del suo rapporto con l’avidyā (avidyā, ignoranza).
Natura e funzioni della māyā
Nell’Advaita Vedānta, la māyā possiede due forze o funzioni principali:
Āvaraṇa-śakti (āvaraṇa-śakti) è la forza occultante che offusca la vera natura del Brahman, così come le nuvole nascondono il sole.
Vikṣepa-śakti (vikṣepa-śakti) è la forza proiettiva o emanante che proietta la molteplicità illusoria del mondo, così come un mago crea illusioni.
La māyā possiede diverse caratteristiche fondamentali:
Anirvacanīya (anirvacanīya) – indescrivibilità, impossibilità di definirla come reale o irreale.
Jaḍa (jaḍa) – inerzia, assenza di coscienza.
Bhāva-rūpa (bhāva-rūpa) – esistenza positiva (in contrapposizione alla pura assenza).
Nisarga (nisarga) – naturalezza insita nella coscienza non istruita.
Anādi (anādi) – assenza di principio, mancanza di un inizio nel tempo.
Anta-vat (anta-vat) – finitezza, possibilità di essere superata mediante la conoscenza.
È importante notare che māyā non è un'entità indipendente dal Brahman, bensì rappresenta un aspetto della sua natura: la sua forza creatrice. In questo senso, māyā è inseparabile dal Brahman, così come il calore è inseparabile dal fuoco. Al tempo stesso, essa non intacca la natura immutabile del Brahman, così come il riflesso del sole nell'acqua può tremolare, mentre il sole stesso rimane immobile.
Māyā e avidyā
Nell'Advaita esiste una sottile distinzione tra māyā e avidyā (avidyā):
Māyā appartiene al livello cosmico ed è connessa a Īśvara (īśvara), il Brahman considerato come Dio Creatore personale. Māyā è la forza creatrice attraverso la quale Īśvara manifesta l'universo.
Avidyā appartiene al livello individuale ed è connessa al jīva (jīva), l'anima individuale. Avidyā è l'ignoranza individuale che induce il jīva a identificarsi con il corpo, la mente e l'ego, dimenticando la propria vera natura di Ātman/Brahman.
Tuttavia, nelle diverse sottoscuole dell'Advaita esistono varie interpretazioni di questo rapporto. Alcuni considerano avidyā una forma di māyā, mentre altri le ritengono manifestazioni differenti di un unico principio a livelli diversi.
Māyā nei testi sacri
Il concetto di māyā viene sviluppato in numerosi testi dell'Advaita Vedānta:
Nelle Upaniṣad, in particolare nella Śvetāśvatara Upaniṣad, māyā viene menzionata in relazione alla manifestazione del mondo empirico.
Nei Brahma Sūtra (brahma-sūtra), in particolare nel commento di Śaṅkara, māyā viene esaminata nel contesto della spiegazione del rapporto tra il Brahman e il mondo.
Nella Bhagavad Gītā (bhagavad-gītā), Kṛṣṇa afferma: «La mia māyā divina, costituita dai tre guṇa, è difficile da superare» (7.14), indicando māyā come una forza divina.
Nei trattati indipendenti di Śaṅkara, come il Viveka Cūḍāmaṇi (viveka-cūḍāmaṇi), māyā viene descritta dettagliatamente: «Né esistente né inesistente, né entrambe le cose insieme; né distinta [dal Brahman] né indistinta, né entrambe le cose insieme: tale è la meravigliosa māyā» (verso 109).
Nel Pañcadaśī (pañcadaśī) di Vidyāraṇya (vidyāraṇya, XIV secolo), un intero capitolo (capitolo 6, «Citra-dīpa») è dedicato alla spiegazione della natura di māyā attraverso l'analogia con un dipinto.
Importanza pratica nella sādhana
La comprensione di māyā è di fondamentale importanza per la pratica spirituale (sādhana, sādhana) nell'Advaita:
Sviluppo di viveka (viveka) – Comprendere la natura illusoria del mondo permette di distinguere tra l'eterno (Brahman) e il non eterno (il mondo manifestato), il che costituisce il primo passo nella sādhana-catuṣṭaya (sādhana-catuṣṭaya).
Coltivazione di vairāgya (vairāgya) – La consapevolezza che gli oggetti del mondo sono prodotti di māyā favorisce il distacco da essi.
Superamento dell'identificazione – Comprendere māyā aiuta a superare la falsa identificazione con il corpo, la mente e l'ego, che costituisce il principale ostacolo all'autorealizzazione.
Applicazione del metodo adhyāropa-apavāda (adhyāropa-apavāda) – Il metodo della «sovrapposizione e negazione», nel quale alcuni concetti vengono accettati temporaneamente e poi negati una volta esaurita la loro utilità, si basa sulla comprensione di māyā.
Pratica del neti neti (neti neti) – Il metodo del «non questo, non questo», utilizzato per distinguere il vero «Sé» da tutto ciò che esso non è, si basa sulla comprensione di māyā.
Rapporto con altri concetti chiave
Māyā è integralmente connessa ad altri concetti fondamentali dell’Advaita:
Brahman – Māyā è un aspetto del Brahman, la sua forza creatrice, sebbene non ne intacchi l’essenza immutabile.
Īśvara – Māyā è associata a Īśvara, il Brahman considerato come Dio personale e creatore dell’universo.
Jīva – Sotto l’influsso di māyā e avidyā, l’Ātman appare limitato e diventa il jīva, l’anima individuale.
Nome e forma (nāma-rūpa) – Il mondo manifesto dei nomi e delle forme, risultato dell’azione di māyā.
Sat-cit-ānanda – Māyā nasconde la vera natura del Brahman quale essere-coscienza-beatitudine.
Adhyāsa (adhyāsa) – Māyā opera attraverso il meccanismo dell’adhyāsa, la sovrapposizione dell’irreale al reale.
Mokṣa nell’Advaita Vedānta (mokṣa) – Il superamento di māyā attraverso la conoscenza (vidyā) o la realizzazione del Sé conduce alla liberazione.
Vivarta (vivarta) – Il principio del cambiamento apparente, secondo il quale il Brahman, attraverso māyā, sembra soltanto trasformarsi nell’universo molteplice.
Interpretazioni contemporanee
Nel dibattito contemporaneo, il concetto di māyā ha ricevuto diverse interpretazioni:
Interpretazioni psicologiche – Māyā è considerata un meccanismo psicologico attraverso il quale la mente crea dualità e separazione.
Parallelismi scientifici – Alcuni interpreti tracciano parallelismi tra il concetto di māyā e le moderne scoperte scientifiche della fisica quantistica, che mettono in discussione l’oggettività e la solidità del mondo materiale.
Letture ecologiche – La comprensione di māyā come interconnessione di tutta l’esistenza ispira la coscienza ecologica.
Interpretazioni nel contesto della filosofia della mente – Māyā è considerata in relazione al problema della coscienza e della percezione della realtà.
Scienze cognitive – Gli studi sulle distorsioni cognitive e sulla costruzione della realtà da parte del cervello vengono talvolta messi a confronto con il concetto advaitico di māyā.
Il concetto di māyā nell’Advaita Vedānta rappresenta un profondo tentativo filosofico di spiegare l’apparente contraddizione tra l’unità assoluta e la molteplicità percepita. Anziché negare o l’inconfutabile evidenza dell’unità di tutto ciò che esiste o l’evidente esperienza della molteplicità, l’Advaita propone māyā come ponte tra queste prospettive opposte, riconoscendo la realtà empirica del mondo ma indicandone la natura dipendente e impermanente.
In definitiva, māyā ci ricorda che ciò che consideriamo «realtà» potrebbe essere soltanto una prospettiva limitata che nasconde la verità più profonda dell’unità di tutto ciò che esiste. Questa idea rimane estremamente rilevante sia nella ricerca spirituale sia nella riflessione filosofica sulla natura dell’esistenza.
Vedi anche:
Avidyā — ignoranza individuale
Adhyāsa — sovrapposizione e superimposizione
Vivarta — cambiamento apparente
Āvaraṇa-śakti — forza occultante
Vikṣepa-śakti — forza proiettiva
Īśvara — Brahman con attributi
Nāma-rūpa — nome e forma
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