Pramāṇa (pramāṇa) indica le fonti affidabili o i mezzi per ottenere una conoscenza vera riconosciuti nell’Advaita Vedānta. L’Advaita accetta sei pramāṇa: la percezione (pratyakṣa), l’inferenza logica (anumāna), il confronto (upamāna), la testimonianza autorevole (śabda), la postulazione (arthāpatti) e la non-percezione (anupalabdhi); particolare importanza viene attribuita alla testimonianza dei Veda (śabda) per comprendere la verità suprema sulla non-dualità della realtà.
Etimologia
Il termine «pramāṇa» (pramāṇa) deriva dalla radice sanscrita √mā, che significa «misurare», con il prefisso pra-, che aggiunge il significato di «in avanti», «in modo particolare». Etimologicamente, dunque, pramāṇa è «ciò per mezzo del quale si compie una corretta misurazione o conoscenza (pramā)». Il pramāṇa è uno strumento che conduce alla conoscenza valida (pramā), in contrapposizione alla conoscenza falsa (apramā).
Significato filosofico
Nella filosofia dell’Advaita, i pramāṇa svolgono un ruolo fondamentale, poiché costituiscono la base dell’intero processo conoscitivo. L’Advaita Vedānta, come le altre scuole filosofiche indiane, attribuisce grande importanza alla teoria della conoscenza, poiché la retta conoscenza è considerata una condizione necessaria per la liberazione spirituale (mokṣa).
I sei pramāṇa nell’Advaita
La tradizione dell’Advaita, seguendo Ādi Śaṅkara, riconosce sei pramāṇa principali:
Pratyakṣa (pratyakṣa, percezione) — la percezione sensoriale diretta degli oggetti attraverso i cinque organi di senso (indriya) e la mente (manas). Il pratyakṣa è considerato la fonte più immediata di conoscenza del mondo esterno nella realtà relativa (vyāvahārika-satya).
Anumāna (anumāna, inferenza logica) — il processo mediante il quale si acquisisce una nuova conoscenza attraverso un ragionamento logico basato su ciò che è già noto. Per esempio, vedendo del fumo su una montagna, si può dedurre che vi sia del fuoco, sulla base della relazione invariabile (vyāpti) tra il fuoco e il fumo.
Upamāna (upamāna, confronto) — l’acquisizione della conoscenza attraverso la somiglianza. Per esempio, una persona che non ha mai visto un gavaya (toro selvatico), ma sa che assomiglia a un toro domestico, può riconoscere un gavaya quando lo incontra.
Śabda (śabda, testimonianza) — la conoscenza ottenuta da fonti verbali attendibili. Nell’Advaita viene attribuita particolare importanza alla śruti (i Veda e le Upaniṣad), considerata una fonte infallibile di conoscenza del Brahman e dell’Ātman. È proprio attraverso lo śabda-pramāṇa che vengono trasmesse le mahāvākya (grandi sentenze), come "Tat tvam asi" ("Tu sei Quello"), che indicano l’identità tra la coscienza individuale e la realtà assoluta.
Arthāpatti (arthāpatti, postulazione) — la conoscenza ottenuta mediante una supposizione necessaria per spiegare un fatto che altrimenti sarebbe inspiegabile. Per esempio, se una persona è viva, non mangia durante il giorno ma non dimagrisce, si può supporre che mangi di notte.
Anupalabdhi (anupalabdhi, non-percezione) — la conoscenza dell’assenza di qualcosa mediante la sua non-percezione là dove, se esistesse, potrebbe essere percepita. Per esempio, l’assenza di un vaso sul tavolo viene conosciuta attraverso la sua non-percezione.
Gerarchia dei pramāṇa e loro limitazioni
Nell’Advaita esiste una determinata gerarchia dei pramāṇa. Quando due fonti di conoscenza si contraddicono, di norma viene data la preferenza allo śabda (in particolare alla śruti), seguito dagli altri pramāṇa. Ciò è particolarmente importante nella conoscenza delle verità trascendenti sulla natura del Brahman.
L’Advaita riconosce che tutti i pramāṇa hanno i propri limiti, soprattutto nel contesto della conoscenza della realtà assoluta (pāramārthika-satya). I pramāṇa operano nell’ambito della dualità tra soggetto e oggetto, mentre la realtà assoluta è non-duale. Come osservava Śaṅkara, i pramāṇa sono simili a una scala che aiuta a raggiungere il tetto, ma che viene abbandonata una volta raggiunta la meta.
Il ruolo dei pramāṇa nel conseguimento della conoscenza suprema
Nonostante i loro limiti, i pramāṇa sono indispensabili nel cammino verso la conoscenza suprema. Un ruolo particolare è attribuito allo śabda (la testimonianza della śruti), considerato l’unico pramāṇa capace di indicare la natura non-duale della realtà. Attraverso lo studio attento e la riflessione sulle affermazioni della śruti (śravaṇa e manana), e successivamente mediante la meditazione profonda (nididhyāsana), il praticante può passare dalla conoscenza indiretta (parokṣa-jñāna) alla realizzazione diretta (aparokṣa-jñāna) della propria vera natura.
La distinzione fondamentale viene tracciata tra la conoscenza ottenuta mediante i pramana (pramatr-jnana), che è sempre orientata verso un oggetto, e la coscienza autoluminosa (sakshin), che costituisce il fondamento di tutti i processi cognitivi, ma non può essa stessa essere oggetto di conoscenza attraverso i comuni pramana. Questa coscienza, identica al Brahman, non viene conosciuta mediante l’applicazione dei pramana, bensì attraverso l’eliminazione dell’ignoranza con l’aiuto delle indicazioni indirette della shruti e della pratica spirituale.
Applicazione pratica
La comprensione dei pramana ha un’importanza pratica diretta per il ricercatore spirituale (sadhaka) nell’Advaita:
Distinzione tra fonti di conoscenza valide e non valide. Il sadhaka deve sviluppare la capacità di distinguere la conoscenza vera da quella falsa basandosi sui pramana. Ciò fa parte della pratica del discernimento (viveka-chudamani).
Applicazione di shravana, manana e nididhyasana. Le tre fasi della pratica spirituale nell’Advaita sono collegate ai pramana: l’ascolto degli insegnamenti (shravana) si basa sullo shabda-pramana, la riflessione (manana) utilizza l’anumana-pramana, mentre la meditazione (nididhyasana) conduce al superamento dei limiti dei comuni pramana e al conseguimento della conoscenza diretta.
Chiarimento dei dubbi. Una corretta comprensione del ruolo e della gerarchia dei pramana aiuta a risolvere le contraddizioni e a dissipare i dubbi che sorgono lungo il cammino spirituale.
Superamento degli ostacoli mentali. La consapevolezza che i pramana operano soltanto nella realtà relativa (vyavaharika-satya) aiuta il sadhaka a superare i limiti della comprensione intellettuale e a passare all’esperienza diretta della non-dualità.
Nei testi
Il concetto dei pramana viene elaborato dettagliatamente nei testi fondamentali dell’Advaita Vedanta:
Nei commentari di Shankara ai Brahma Sutra (in particolare nel primo capitolo) viene discusso il ruolo dello shabda-pramana nella conoscenza del Brahman.
Anche nei suoi commentari alle Upanishad e alla Bhagavad Gita vengono affrontate questioni epistemologiche.
Nei trattati indipendenti (prakarana-grantha), come l’Upadesha Sahasri e il Viveka Chudamani attribuito a Shankara, vengono esaminati vari aspetti della conoscenza e il ruolo dei pramana.
Gli advaitin successivi, come Vidyaranya (nel Panchadashi) e Madhusudana Sarasvati (nell’Advaita Siddhi), svilupparono ulteriormente la teoria dei pramana, soprattutto nel dialogo con altre scuole filosofiche.
Vedi anche:
Shabda — la testimonianza come fonte di conoscenza
Aparoksha-jnana — conoscenza diretta
Paroksha-jnana — conoscenza mediata
Antahkarana — lo strumento interiore della conoscenza
Vidya — conoscenza
Avidya — ignoranza
Shravana-manana-nididhyasana — le tre fasi della pratica della conoscenza
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