I tre stati della coscienza (avasthā-traya) costituiscono una classificazione fondamentale nell'Advaita Vedānta, che descrive i diversi livelli di manifestazione della coscienza: jāgrat (veglia), svapna (sogno) e suṣupti (sonno profondo). Questa triade funge da base per comprendere la natura dell'Ātman e il suo rapporto con il Brahman attraverso l'analisi di ciò che rimane immutato in tutti gli stati.
Etimologia
Il termine sanscrito avasthā-traya è composto da due parti: avasthā (अवस्था) — «stato, posizione, condizione», dalla radice sthā («stare, dimorare») con il prefisso ava («verso il basso, in direzione di»), e traya (त्रय) — «terna, triade», dalla radice tri («tre»). Pertanto, il termine significa letteralmente «terna di stati» o «tre modi di dimorare».
Significato filosofico
La dottrina dei tre stati della coscienza rappresenta uno dei pilastri della metodologia advaitica della conoscenza di sé. Esposta sistematicamente per la prima volta nella Māṇḍūkya Upaniṣad e sviluppata nelle opere di Gauḍapāda e Ādi Śaṅkara, questa dottrina offre un modo unico di comprendere la natura non duale della realtà attraverso l'analisi dell'esperienza quotidiana.
Jāgrat — stato di veglia
Il primo stato, jāgrat (जाग्रत्), è caratterizzato dalla percezione attiva del mondo esterno attraverso gli organi di senso. In questo stato, il jīva (anima individuale) si identifica con il corpo grossolano (sthūla-śarīra) e sperimenta la molteplicità degli oggetti attraverso lo strumento interiore della conoscenza. Qui la coscienza appare limitata e condizionata da māyā, creando l'impressione di essere separata dal Brahman.
Nella Māṇḍūkya Upaniṣad questo stato è descritto così: «Jāgrat è il primo quarto (dell'Ātman). È onnipervadente, gode degli oggetti grossolani, ha sette membra, diciannove bocche ed è Viśva» (1.3). Qui viśva significa «onnicomprensivo», indicando che nello stato di veglia la coscienza sembra abbracciare l'intero mondo percepito.
Struttura dettagliata dello stato:
Sette membra (sapta-aṅga): il cielo come testa, il sole come occhio, l'aria come respiro, il fuoco come bocca, l'acqua come vescica, la terra come piedi e lo spazio come corpo Diciannove bocche (ekonaviṃśati-mukha): cinque organi della conoscenza, cinque organi dell'azione, cinque prāṇa, manas, buddhi, ahaṃkāra e citta
Tredici strumenti: i dieci organi di senso e d'azione, più manas, buddhi e ahaṃkāra
Nello stato di veglia operano tutti i mezzi di conoscenza (pramāṇa), tra cui la percezione, l'inferenza logica e la parola sacra. È proprio in questo stato che avvengono lo studio dei Veda e la pratica spirituale volta alla comprensione della verità.
Esempio tratto dall'esperienza quotidiana: Quando al crepuscolo vediamo una corda e la scambiamo per un serpente, ciò dimostra la natura della percezione in jāgrat: la commistione del fondamento reale (la corda-Brahman) con le forme proiettate (il serpente-mondo). Ādi Śaṅkara ricorre spesso a questo esempio per spiegare il meccanismo della sovrapposizione.
Svapna — stato di sogno
Il secondo stato, svapna (स्वप्न), rappresenta il mondo delle immagini e delle esperienze interiori create dalla mente a partire dalle impressioni (vāsanā) accumulate nello stato di veglia. Nel sogno, il jīva si identifica con il corpo sottile (sūkṣma-śarīra) e diventa al contempo il creatore, il soggetto dell'esperienza e il distruttore del proprio mondo onirico.
La Māṇḍūkya Upaniṣad descrive questo stato: «Taijasa è il secondo quarto. È interiormente luminoso, gode degli oggetti sottili, ha sette membra e diciannove bocche» (1.4). Taijasa significa «luminoso», indicando la luce interiore della coscienza che illumina le immagini oniriche.
Caratteristiche filosofiche di svapna:
Funzione creativa della mente: nel sogno la mente crea interi mondi, personaggi e trame, manifestando la propria natura illusoria
Dualità soggetto-oggetto: il sognatore è al contempo colui che vede e tutto ciò che viene visto nel sogno
Assenza di oggetti esterni: tutte le esperienze avvengono senza il coinvolgimento degli organi di senso fisici
Impronte karmiche: il contenuto dei sogni è plasmato dalle vāsanā, le impressioni profonde delle azioni e delle esperienze passate
Gaudapada sottolinea nella Mandukya Karika: "Nel sogno, la mente illumina se stessa mediante la propria maya, creando e sperimentando la dualità tra soggetto e oggetto" (2.4). Ciò dimostra la capacità della coscienza di creare una realtà apparente senza basarsi su oggetti esterni.
Esempio classico: La Brihadaranyaka Upanishad presenta l'immagine di un re che in sogno diventa un mendicante e soffre, ma al risveglio comprende l'irrealtà di questa esperienza. Allo stesso modo, anche il normale stato di veglia è soltanto un altro tipo di sogno rispetto al vero risveglio nel Brahman.
Questo stato è particolarmente importante per comprendere la natura della maya, poiché dimostra la capacità della coscienza di creare una realtà apparente senza basarsi su oggetti esterni. Il sogno mostra che la molteplicità e la dualità possono essere proiezioni dell'unica coscienza, il che costituisce una comprensione fondamentale nell'Advaita.
Sushupti (suṣupti) — lo stato di sonno profondo
Il terzo stato, sushupti (सुषुप्ति), è caratterizzato dall'assenza sia della percezione esterna sia delle immagini interiori. Nel sonno profondo, l'antahkarana si dissolve temporaneamente nella propria causa, l'avidya (avidyā), e rimane soltanto la coscienza testimone in forma potenziale. Questo stato è il più vicino alla natura del Brahman, ma non costituisce ancora la piena realizzazione.
La Mandukya Upanishad descrive così il sushupti: "Prajna è il terzo quarto. Egli è uno, costituito di conoscenza, colmo di beatitudine, fruitore della beatitudine, porta della coscienza" (1.5). Prajna significa "saggezza" o "conoscenza", indicando la coscienza-essere indifferenziata.
Caratteristiche peculiari del sushupti:
Assenza di dualità: Non vi è distinzione tra soggetto e oggetto, tra "io" e "questo"
Beatitudine naturale: Lo stato è caratterizzato da una pace profonda e da appagamento
Potenzialità: Tutti i vasana e i samskara rimangono in uno stato non manifestato
Unità della coscienza: La coscienza esiste in una forma indifferenziata, vicina alla propria vera natura
Adi Shankara spiega nel suo commento: "Nel sushupti tutte le modificazioni mentali (vṛtti) si dissolvono, ma la coscienza continua a esistere come testimone persino di questa dissoluzione. Ne è prova il ricordo al risveglio: 'Ho dormito bene, non sapevo nulla'".
Significato filosofico del ricordo del sonno: Il fatto che una persona ricordi "ho dormito" indica la continuità della coscienza testimone anche in assenza dell'ego e della mente. Gaudapada sottolinea: "Se la coscienza fosse completamente assente nel sonno profondo, non vi sarebbe alcun ricordo di esso" (Mandukya Karika 1.15).
Esempio per comprendere: Proprio come un attore rimane se stesso anche quando non interpreta alcun ruolo, l'Atman rimane immutabile anche quando non si manifesta attraverso l'individualità. Il sonno profondo è un ritorno naturale a questo stato di quiete.
Differenza rispetto al samadhi: Sebbene esteriormente il sushupti assomigli al samadhi, la differenza fondamentale consiste nel fatto che nel sonno profondo è presente il sottile velo dell'avidya, mentre nel samadhi vi è una chiara consapevolezza della propria vera natura.
L'importanza del sushupti risiede nel fatto che esso dimostra la possibilità di esistere senza ego e senza modificazioni mentali. Il risveglio con la sensazione "ho dormito felicemente" indica che il testimone (sākṣin) era presente anche in assenza della consueta autocoscienza.
Turiya (turīya) — il quarto stato
Pur non rientrando formalmente nell'avastha-traya, il turiya rappresenta il fondamento di tutti e tre gli stati: la coscienza pura e non duale, che rimane immutabile in ogni stato. Il turiya non è uno stato tra gli altri, bensì la natura stessa dell'Atman, la cui realizzazione costituisce lo scopo dello jnana yoga.
La Mandukya Upanishad offre una descrizione unica del turiya mediante negazioni: "Il Turiya non è ciò che conosce l'interno, né ciò che conosce l'esterno, né ciò che conosce entrambi; non è una massa di conoscenza, né conoscente, né non conoscente. Esso è invisibile, privo di relazioni, incomprensibile, indefinibile, impensabile, indescrivibile, essenza della conoscenza dell'unico Atman, ciò in cui cessa il prapancha (il mondo visibile), pacifico, benefico, non duale" (1.7).
Caratteristiche del turiya:
Non-dualità (advaita): Completa assenza della divisione soggetto-oggetto Auto-luminosità (svayam-prakāśa): Non necessita di un'illuminazione esterna per manifestarsi Immutabilità (kūṭastha): Rimane identica in tutti gli stati e in tutte le circostanze Pienezza (pūrṇa): Non manca di nulla Immediatezza (aparokṣa): Non viene conosciuta attraverso gli organi di senso o la mente, ma è il fondamento stesso della conoscenza*
Gauḍapāda spiega: "Turīya non è il quarto stato, ma il testimone di tutti gli stati. Non è vuoto né inerzia, bensì pura coscienza, libera da ogni limitazione" (Māṇḍūkya Kārikā 1.2).
Indicazione pratica: Ramana Maharshi diceva spesso: "Turīya non è qualcosa di nuovo che occorre raggiungere. È la vostra vera natura proprio ora. Smettete semplicemente di identificarvi con gli stati, ed essa si rivelerà da sé".
Il testimone degli stati
L'idea centrale dell'insegnamento è che in tutti e tre gli stati è presente un testimone immutabile: la pura coscienza, che non viene toccata dai mutamenti degli stati. Questo testimone è la vera natura dell'Ātman, identico al Brahman. Attraverso l'autoindagine, il praticante scopre di non essere colui che sperimenta i diversi stati, bensì la coscienza stessa nella quale tutti gli stati appaiono e scompaiono.
Applicazione pratica
L'analisi dei tre stati funge da metodo pratico di discernimento (viveka) tra il reale e l'irreale. Il praticante impara a osservare che cosa cambia esattamente nel passaggio da uno stato all'altro e che cosa rimane costante. Ciò conduce alla comprensione che il corpo, la mente e il mondo sono manifestazioni temporanee nella coscienza eterna.
Tecnica dell'addormentamento consapevole
Una delle pratiche specifiche dell'advaita consiste nell'osservare il momento del passaggio dalla veglia al sonno. Il praticante cerca di mantenere la consapevolezza nel momento in cui si addormenta, osservando come i pensieri e le sensazioni si dissolvano, mentre la coscienza-testimone rimane. Questa tecnica aiuta a sperimentare direttamente la differenza tra il contenuto della coscienza e la coscienza stessa.
Analisi dei sogni come māyā
Il lavoro con i sogni nell'advaita si distingue dagli approcci psicologici. Invece di analizzare i simboli, il praticante studia il meccanismo stesso mediante il quale la mente crea la realtà onirica. Domande da esplorare: "Chi vede il sogno?", "Di che cosa sono fatti gli oggetti del sogno?", "Perché il sogno sembra reale mentre si sogna?". Ciò sviluppa la comprensione della natura illusoria di tutte le manifestazioni.
Meditazione sull'"Io sono" (aham asmi)
Una tecnica specifica consiste nel mantenere il senso dell'"io sono" in tutti e tre gli stati. Nello stato di veglia il praticante osserva: "Io sono, e so di essere sveglio". Prima di dormire: "Io sono, e osservo l'avvicinarsi del sonno". Dopo il risveglio: "Io sono, e ricordo di aver dormito". Ciò rivela la continuità della pura autocoscienza.
Esplorazione del sonno profondo
I praticanti dell'advaita dedicano particolare attenzione all'analisi dello stato di suṣupti. Dopo il risveglio si conduce un'indagine dettagliata: "Che cosa ricordo esattamente del sonno?", "Chi sa che vi è stato il sonno?", "Da dove proviene la sensazione di pace dopo il sonno profondo?". Ciò indica la natura della coscienza, indipendente dall'attività mentale.
Tecnica dell'osservazione testimoniale degli stati
Nella pratica quotidiana si sviluppa la posizione della coscienza osservatrice. Invece di immergersi completamente in ogni stato, il praticante impara a "distaccarsene" parzialmente, osservando: "Ora si sta verificando lo stato di veglia", "Ora sta sorgendo la sonnolenza", "Ora la mente crea immagini". Ciò stabilizza gradualmente la dimora in turīya.
Pratica della "porta d'ingresso" (dvāra)
La Māṇḍūkya Upaniṣad definisce suṣupti la "porta della coscienza". Esiste una pratica che utilizza i momenti dell'addormentamento e del risveglio come "porte d'ingresso" per la comprensione diretta di turīya. In questi momenti di transizione l'ego ordinario è indebolito, il che facilita il riconoscimento della propria vera natura.
Nei testi
Māṇḍūkya Upaniṣad
La fonte principale dell'insegnamento sui tre stati è la Māṇḍūkya Upaniṣad, nella quale ogni stato è associato a una parte della sillaba sacra Om. Il primo suono, "A", corrisponde alla veglia, il secondo, "U", al sogno, il terzo, "M", al sonno profondo, mentre il silenzio successivo alla sillaba indica turīya.
Māṇḍūkya Kārikā di Gauḍapāda
Gaudapada, nella sua Mandukya Karika, sviluppa l'insegnamento dell'Upanishad, sottolineando in particolare l'irrealtà della dualità in tutti e tre gli stati e indicando la natura non duale della realtà.
Commentari di Shankara
Adi Shankara, nei suoi commentari, sistematizza la comprensione dei tre stati nel contesto generale della dottrina dell'Advaita Vedanta, soprattutto in relazione all'insegnamento su maya e avidya.
Riferimenti in altre Upanishad
Vari aspetti dei tre stati vengono discussi nella Brihadaranyaka Upanishad, nella Chandogya Upanishad e in altre Upanishad, dove sono collegati all'insegnamento sull'Atman e sul Brahman.
Vedi anche:
Turiya (il quarto stato)
Sakshin (il testimone)
Mandukya Upanishad
Maya (illusione cosmica)
Atma-vichara (autoindagine)
Avidya (ignoranza originaria)
Jnana yoga (la via della conoscenza)
Categorie:
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