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Un ricercatore di Google DeepMind ha dimostrato che l'intelligenza artificiale non acquisirà mai una coscienza

22.07.2026
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Un ricercatore di Google DeepMind ha dimostrato che l'intelligenza artificiale non acquisirà mai una coscienza

Il ricercatore principale di Google DeepMind Alexander Lerchner, in un suo recente lavoro scientifico, è giunto a una conclusione inequivocabile: l’intelligenza artificiale, come qualsiasi altro sistema informatico, non potrà mai diventare cosciente. 

Questa dichiarazione appare particolarmente significativa alla luce dell’attiva promozione, da parte dei dirigenti dell’industria tecnologica, dell’idea dell’imminente comparsa di un’intelligenza artificiale generale (IA generalista), che sarebbe presumibilmente in grado di eguagliare la coscienza umana. 

Negli ultimi tempi, i grandi modelli linguistici hanno dimostrato risultati talmente impressionanti che la questione della possibilità che sviluppino una qualche forma di coscienza ha iniziato a emergere con sempre maggiore frequenza sia negli ambienti scientifici sia nel dibattito pubblico. La rapida crescita della potenza di calcolo induceva a pensare che, con il tempo, l’IA potesse diventare sufficientemente complessa da sviluppare comportamenti articolati, tradizionalmente considerati una caratteristica esclusiva dell’essere umano. 

Lo stesso Ilya Sutskever, cofondatore ed ex direttore scientifico di OpenAI, già nel 2022 aveva ipotizzato che «le grandi reti neurali moderne potrebbero essere leggermente coscienti». I dirigenti delle aziende impegnate nello sviluppo dell’IA sfruttano attivamente questa possibilità ipotetica per attrarre investimenti intorno al concetto di IA generalista, che promette una rivoluzione socioeconomica globale. Inoltre, l’idea stessa di un’IA cosciente ha dato origine a seri dibattiti sulle questioni del benessere e della responsabilità morale nei confronti di tali tecnologie. Ciononostante, l’ipotesi di un’IA cosciente rimane estremamente controversa. 

Diversi studi avevano già indicato che gli algoritmi matematici eseguiti su processori grafici non sono in grado di sviluppare una coscienza a causa dell’assenza di un substrato biologico complesso. Tuttavia, le loro avanzate capacità linguistiche, concepite per imitare accuratamente il linguaggio umano, possono facilmente trarre in inganno riguardo alla loro reale natura. È proprio questa posizione che Alexander Lerchner di Google DeepMind rafforza con il suo lavoro. 

Nel suo articolo, pubblicato sul server interno dell’azienda, scrive che il funzionalismo, dominante negli attuali dibattiti sulla coscienza dell’IA, viene da lui confutato su basi fisiche, consentendo di dissipare l’attuale incertezza intorno alla questione. 

Il funzionalismo è l’ipotesi secondo cui l’esperienza soggettiva alla base della coscienza può emergere da una topologia causale astratta, indipendentemente dallo specifico supporto fisico. 

Lerchner respinge con decisione questo approccio, sostenendo che qualsiasi sistema di IA dipende per sua natura da un agente cognitivo attivo, ossia lo sviluppatore umano, che riceve e organizza sequenze di idee e dati. Un sistema del genere, di per sé, non è in grado di sviluppare un comportamento complesso simile alla coscienza. In parole semplici, il ricercatore insiste sul fatto che l’esistenza della coscienza sia impossibile senza un corpo fisico complesso, un organismo vivente. 

Mark Bishop, professore di informatica cognitiva presso l’Università di Londra, commentando le conclusioni di Lerchner, ha dichiarato di condividerne il 99 per cento delle idee, osservando tuttavia che tutti questi argomenti erano già stati esposti molti anni fa. Il biologo e filosofo Johannes Jaeger, dal canto suo, si è espresso in modo più critico, suggerendo che il ricercatore sia giunto autonomamente a queste conclusioni, abbia «reinventato la ruota» e dimostri una conoscenza insufficiente delle questioni filosofiche e della biologia. 

Jaeger ha collegato questo fenomeno alla relativa chiusura della comunità di ricerca nel campo dell’IA, concentrata su ambiti ristretti e costretta a lavorare sotto forte pressione, senza tempo sufficiente per studiare le discipline affini. Entrambi gli esperti hanno tuttavia convenuto che il fatto stesso che uno studio del genere sia stato pubblicato da un dipendente di Google DeepMind sia positivo, anche se appare sorprendente alla luce dell’approvazione da parte del suo datore di lavoro.

Mark Bishop ha ipotizzato che Google possa avere valide ragioni finanziarie e legislative per sostenere la conclusione secondo cui il calcolo non è in grado di generare coscienza. A suo dire, se fosse vero il contrario, in Europa si sarebbero già compiuti tentativi di approvare una legge che attribuisse diritti ai sistemi informatici, il che appare assurdo.

 Di conseguenza, Google sarà ben lieta che i suoi sistemi non siano considerati coscienti, poiché ciò riduce il rischio di ulteriori regolamentazioni legislative negli Stati Uniti e in altri Paesi del mondo. Allo stesso tempo, lo studio di Lerchner contiene una nota secondo cui le conclusioni formulate potrebbero non riflettere la posizione ufficiale, l’opinione o la politica strategica del suo datore di lavoro. 

Fonte: https://new-science.ru/issledovatel-google-deepmind-dokazal-chto-iskusstvennyj-intellekt-nikogda-ne-obretet-soznanie/

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