Per praticare profondamente il moksha-dharma nella tradizione, è necessario generare tre grandi stati di coscienza. Senza di essi, il cammino spirituale rimane una successione di tentativi che non si trasformano in un movimento irreversibile. Con essi, diventa un Cammino dal quale è impossibile deviare.
1. Grande scetticismo verso l’ignoranza samsarica
Il primo è un grande scetticismo nei confronti del samsara, dei suoi valori, delle sue promesse e delle sue illusioni.
Non è una negazione della vita. È una presa di coscienza: ciò che siamo abituati a considerare reale è ignoranza. L’energia materiale in sé — prakriti — è divina. Ma quando la vediamo in modo errato e definiamo i nostri valori e obiettivi sotto l’influsso delle illusioni, allora essa diventa samsara. Una realtà ingovernabile e incontrollabile che ci costringe a rinascere e a soffrire.
La vera disillusione nei confronti del samsara non è depressione né nichilismo. È la disillusione nei confronti della nostra visione errata del mondo. Il mondo va bene: siamo noi a non andare del tutto bene. E se bisogna disilludersi di qualcosa, è proprio della percezione superficiale e non meditativa che ci estrania dall’infinita Fonte suprema.
L’essere umano vede chiaramente che tutto ciò che è condizionato è impermanente, che la sofferenza è inevitabile e che nel samsara non si può trovare una soddisfazione definitiva. Questa comprensione genera una disillusione matura, che diventa il carburante del Cammino.
2. Grande fede nel Sanatana Dharma
Il secondo fondamento è una grande fede. Fede nel Sanatana Dharma, nell’insegnamento dei siddha dell’Advaita, nel Rifugio, nel lignaggio di trasmissione, nel Guru radice e nei santi.
Non è una fede cieca. È una fede unita alla consapevolezza e al discernimento, la viveka. Anche una piccola fede è un buon inizio, così come anche un piccolo germoglio dà speranza. Ma se non lo si annaffia, rimarrà piccolo. La fede non si sviluppa da sola, a differenza del sorgere del sole o dello scorrere dei fiumi. Cresce soltanto attraverso uno sforzo cosciente: mediante lo studio dei testi, la preghiera e la riflessione.
Come si dice nello Yoga Vasistha: «La grande fede, la grande disillusione nei confronti dell’ignoranza samsarica e la grande determinazione sono i tre pilastri senza i quali il moksha-dharma è irraggiungibile».
3. Grande determinazione a procedere verso la Liberazione
Il terzo fondamento è la grande determinazione, virya. L’incrollabile intenzione di procedere verso la Liberazione senza deviare davanti alle difficoltà né arretrare di fronte ai dubbi.
Nella tradizione dell’Advaita Vedanta questo è chiamato mumukshutva, sete di Liberazione. Senza di essa, il cammino si frammenta in episodi: «Ne ho voglia, pratico; non ne ho voglia, non pratico». Con essa diventa irreversibile, perché la determinazione impedisce all’energia di disperdersi.
«Quando sono presenti queste tre grandi qualità, possiamo percorrere il cammino del Moksha-dharma, il più maestoso di tutti. Queste cose non arrivano subito: devono trascorrere anni perché possiamo comprendere qualcosa. E lo yogin le coltiva intenzionalmente dentro di sé: studia i testi, ascolta gli insegnamenti del Guru, ascolta i satsang, conduce un’analisi ponendosi domande: “Che cos’è Dio?”, “Che cos’è l’universo?”, “Chi sono io?”, “Perché sono qui?” e “Qual è il cammino verso la felicità e la libertà?”»
— Swami Vishnudevananda Giri, lezione sullo Yoga Vasistha
Comprensione del Rifugio
Quando i tre grandi fondamenti si sono risvegliati, il passo successivo è una profonda comprensione del Rifugio.
Il ricercatore studia i principi del guru-yoga, comprende il significato dei samaya e della visione pura, riconosce le qualità del Guru e del discepolo e si familiarizza con l’etica delle relazioni spirituali. Studia l’Albero del Rifugio — le divinità e i santi dei lignaggi di trasmissione — e impara a rapportarsi correttamente a esso.
In seguito, il ricercatore impara a venerare il Rifugio: a esprimere rispetto, a lodarlo e invocarlo, a fare offerte, a compiere ogni giorno l’upasana presso l’altare e a osservare i giorni speciali di venerazione. Ciò crea un flusso di benedizioni, purifica il karma e armonizza il destino.
In questa fase, il cercatore prende dimestichezza con il Simbolo della Fede breve e quintuplice e con la sua versione estesa.
Il Rifugio viene preso sinceramente e con tutto il cuore: dapprima autonomamente davanti all’altare, poi personalmente davanti a un monaco. La creazione di un altare o la partecipazione alla vita dell’ashram diventa il riflesso esteriore di una scelta interiore.
Studio dell’Insegnamento e servizio al Dharma
Dopodiché, il cercatore inizia a studiare i testi sacri, a svolgere le pratiche di base, le meditazioni analitiche e la mantra-sadhana.
Parallelamente, comincia la seva, ossia il servizio al Dharma. Ciò purifica il destino e dischiude le forze interiori. È importante pregare i santi del Rifugio e la dea della saggezza affinché concedano le qualità del vero discepolo: un recipiente puro per l’Insegnamento.
Iniziazione — diksha
Con il tempo, matura la preparazione all’iniziazione: il conferimento di un nome spirituale e del guru-mantra, l’assunzione dei voti e dei samaya, e l’ottenimento dello status di karma-sannyasi.
Da questo momento, la persona è considerata pienamente entrata nella famiglia spirituale, il guru-kula e l’arya-sangha.
Dopo la diksha vengono stabiliti la sadhana quotidiana, lo studio, la disciplina dei ritiri e la venerazione regolare delle divinità e dei santi.
Così ha inizio il grande Sentiero della Liberazione. Una volta iniziato, non ha fine. Questo Sentiero è infinito, al di là del tempo, e dipende unicamente dal discepolo come egli lo percorrerà.
Che questo Sentiero sia benedetto, propizio e coronato dal successo.
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