Shambhavi-mudra (sanscr. śāmbhavī-mudrā) è una delle pratiche contemplative chiave, associata agli occhi aperti, a una mente spalancata e all'esperienza dello spazio. Esteriormente può apparire molto semplice: il praticante siede immobile e guarda davanti a sé. La posizione degli occhi qui funge da supporto; lo stato di consapevolezza rimane il fattore decisivo.
La parola mudrā significa «sigillo», «segno», «gesto», mentre śāmbhavī indica Shambhu, Shiva. Pertanto, nella tradizione dei Siddha, la Shambhavi-mudra è spiegata come il «sigillo di Shiva», il sigillo della visione non duale che lo yogi imprime sulla percezione. Il mondo smette di essere un insieme di oggetti, persone, eventi e stimoli. Si svela gradualmente come un campo unitario di coscienza.
In uno degli insegnamenti si dice brevemente:
«Che lo yogi guardi con sguardo fermo nello spazio».
Laya Amrita Upadesha Chintamani
Questa frase apre la porta alla pratica. Lo sguardo è fermo, ma senza rigidità. Lo spazio è aperto, ma senza distrazione. La mente è sveglia, ma non si aggrappa.
Senso della pratica
La mente ordinaria guarda gli oggetti. Vede una parete, un albero, un volto, una tazza, una strada, uno schermo. Quasi immediatamente inizia il lavoro interiore di valutazione: mi piace, disturba, è pericoloso, è utile, è mio, è altrui, piacevole, spiacevole. Così la coscienza si ritrova di nuovo nella consueta gabbia di nome e forma.
La Shambhavi-mudra cambia il modo stesso di vedere. Il praticante impara a notare lo spazio in cui sorgono gli oggetti. Guarda davanti a sé, ma non blocca l'attenzione su un singolo punto. Gli occhi sono aperti, il corpo è calmo, il respiro è naturale. Gradualmente, l'attenzione smette di saltare da un oggetto all'altro e ritorna al campo stesso della consapevolezza.
Proprio come le onde sulla superficie di un lago nascondono la profondità, i movimenti della mente concettuale nascondono lo spazio interiore. Quando le onde si calmano, la profondità non arriva da nessuna parte. È sempre stata lì.
Nell'insegnamento, la Shambhavi-mudra è descritta come il guardare nello spazio davanti a sé senza valutazioni né giudizi. Il corpo si rilassa. La psiche abbandona la consueta prontezza ad afferrare, spiegare, rifiutare qualcosa. La mente si spalanca. La coscienza inizia a espandersi.
Spazio interiore ed esteriore
Il frutto principale di questa mudra è la fusione dello spazio interiore ed esteriore. Finché una persona è fortemente identificata con il corpo, le sembra che la coscienza sia «dentro» e il mondo sia «fuori». Da questa divisione nascono la paura, la lotta, la tensione, la costante difesa del proprio piccolo «io».
La Shambhavi-mudra conduce dolcemente a un'altra esperienza. Lo spazio esterno risveglia quello interiore. La consapevolezza interiore inizia a riconoscere se stessa in quello esterno. A un certo punto, il confine tra «io guardo» e «il mondo davanti a me» diventa più sottile. Non bisogna affrettare questa esperienza. Non può essere prodotta con lo sforzo.
Nella «Mandukya Karika» viene presentata l'immagine dello spazio nei vasi. Finché il vaso è integro, sembra che al suo interno ci sia uno spazio separato. Quando le pareti si rompono, si rivela un unico spazio. Allo stesso modo, il corpo e la mente creano una sensazione di separatezza, ma l'Atman non si divide in interiore ed esteriore.
«Si dovrebbe meditare sull'Atman, la cui forma è luce, la cui essenza è lo spazio».
Yajurveda
La Shambhavi-mudra avvicina a questa comprensione attraverso la contemplazione diretta. Qui aiuta un dimorare calmo e vigile nello spazio della consapevolezza.
Come si pratica
La Shambhavi-mudra è meglio compresa come un modo per spalancare la percezione e unire lo spazio visibile esterno con lo spazio interiore della consapevolezza. Lo sguardo qui funge da porta: attraverso di esso, la coscienza smette di contrarsi attorno a singoli oggetti e gradualmente si abitua a dimorare in modo più ampio, calmo e libero.
In questa pratica sono importanti tre qualità: stabilità, rilassamento e vigilanza. La stabilità impedisce alla mente di frammentarsi. Il rilassamento elimina lo sforzo grossolano. La vigilanza mantiene la chiarezza, affinché la contemplazione non scivoli nella sonnolenza o nel fantasticare.
Quando la Shambhavi-mudra inizia a schiudersi correttamente, gli oggetti davanti agli occhi non catturano più l'attenzione così intensamente. Suono, forma, movimento, pensiero sorgono in un unico campo di consapevolezza e lì si dissolvono. Il praticante impara a vedere lo spazio in cui tutto appare, invece di seguire ancora e ancora ogni singola impressione.
Il Guru spiega che nella Shambhavi-mudra lo spazio esterno risveglia quello interiore. All'inizio l'uomo si percepisce come un osservatore del mondo, poi questa separazione diventa più morbida. La percezione smette di essere limitata e giudicante; in essa appare più silenzio, trasparenza, pura presenza.
Gli stadi sottili di questa mudra sono legati ai segni della contemplazione, alla luce interiore, al bindu, al lakshya e al lavoro con le energie. Tali aspetti appartengono all'ambito degli insegnamenti trasmessi personalmente e richiedono la guida di un Guru. Ma l'essenza principale è questa: la Shambhavi-mudra apre la via dal guardare ordinario alla contemplazione dello spazio, e dalla contemplazione dello spazio allo stato naturale.
Posto nello Laya Yoga
Nello Laya Yoga, questa pratica fa parte della sezione della contemplazione dello spazio. È collegata alla Prajna-yantra, alla visione pura, allo stato naturale e alle mudra successive, come la krama-mudra e la bhairavi-mudra. Il Guru spiega che la Shambhavi-mudra può diventare il passaggio dalla meditazione ordinaria alla sahaja-sthiti, il dimorare naturale.
Quando il sadhaka si stabilizza nella contemplazione, impara a «sigillare» le forme visibili, il suono, il pensiero, il sentimento, il tempo, lo spazio, il senso stesso dell'«io». Il suono non ruba più la coscienza. Il visibile non trascina più la mente verso l'esterno. Le reazioni interiori smettono di comandare il praticante.
Così nasce la visione pura. Essa non si riduce a belle immagini. Visione pura significa che la percezione si libera dalle grossolane proiezioni karmiche. Il mondo è visto come una manifestazione del Divino; la paura, il desiderio e il conflitto perdono il loro antico potere.
Il Frutto
Il frutto della Shambhavi-mudra si rivela nella stabilità della consapevolezza. Possono sorgere esperienze sottili, ma rimangono secondarie. La persona è meno catturata dall'esterno. Ritorna più rapidamente alla presenza. All'interno si crea più spazio tra l'impressione e la reazione.
Se la pratica si approfondisce, l'Atma-vichara passa naturalmente in una più ampia contemplazione dell'Assoluto. Prima si indaga il senso dell'«io», poi si scopre che questo «io» è radicato in Dio. Così la Shambhavi-mudra trascende i confini della meditazione seduta e diventa un modo di vivere: guardare, ascoltare, agire e non perdere il legame con la Fonte.
Il sadhaka inizia a comprendere una cosa semplice. Lo spazio davanti agli occhi e lo spazio della coscienza non sono in conflitto. Il visibile e colui che è consapevole possono essere uniti in un'unica presenza. Allora anche uno sguardo ordinario diventa sadhana.


