La maestà divina, o divya-bhāva (sancr. divya-bhāva), è uno stato elevato di purezza, dignità sacra e vicinanza interiore a Dio. Nella tradizione del Laya Yoga, essa è legata alla deva-bhāvanā (sancr. deva-bhāvanā), la "contemplazione divina", l'"orgoglio divino" o la "coltivazione dello stato di divinità", in cui il sadhaka impara a vedere se stesso, il mondo e tutti i fenomeni dallo spazio dell'Atman.
La parola "orgoglio" qui può facilmente trarre in inganno. Nel linguaggio comune, è spesso associata all'autoaffermazione, alla permalosità, al bisogno di dimostrare il proprio valore. Nell'insegnamento sulla maestà divina si parla di un'altra dimensione: della dignità dello spirito che ricorda la sua purezza originaria. L'orgoglio egoico richiede spettatori. La maestà divina è calma anche quando la persona lava il pavimento, presta servizio, accetta un rimprovero o rimane inosservata.
Nelle scritture si dice:
L'Atman permea tutto, come l'olio nascosto nel latte. Egli è la fonte della conoscenza di sé e del fervore ascetico.
Yajurveda
Da ciò nasce il sentimento principale della divya-bhāva: dentro ogni essere è nascosta una profondità divina. Essa può essere coperta dal karma, dalle abitudini, dalla paura, da una grossolana percezione di sé, ma la sua natura rimane pura.
Etimologia e termini principali
Divya-bhāva (sancr. divya-bhāva) è composta da due parole: divya — "divino", "splendente", "celestiale"; bhāva — "stato", "sentimento", "atteggiamento interiore". Pertanto, la divya-bhāva è uno stato di coscienza divino, un atteggiamento puro ed elevato verso se stessi, il mondo, il Guru, le divinità e la vita stessa.
Deva-bhāvanā (sancr. deva-bhāvanā) rivela l'aspetto pratico di questo insegnamento. Deva significa "divinità", "essere splendente"; bhāvanā — "educazione contemplativa", "coltivazione", "formazione interiore". Quando il sadhaka sviluppa la deva-bhāvanā, allena la visione karmica: invece dell'immagine limitata di "io sono debole, separato, condizionato", nella coscienza si rafforza gradualmente l'immagine di un essere sacro che vive nel mandala di Dio.
Orgoglio divino e umiltà
L'orgoglio divino si rivela correttamente solo insieme all'umiltà. Per l'Atman — la maestà. Per l'ahamkāra (sancr. ahaṁkāra), il nodo dell'ego — la semplicità, il servizio, la dolcezza, la prontezza a cedere. Se questi livelli vengono confusi, la pratica si trasforma rapidamente in narcisismo spirituale.
Swami Vishnudevananda Giri spiega:
Proprio colui che possiede un immenso orgoglio divino può comportarsi con grande umiltà, perché non ha bisogno di dimostrare a nessuno la propria grandezza.
Swami Vishnudevananda Giri
Questa è una distinzione sottile. L'Atman è come un re, e l'ego è come un ministro. Quando il ministro dimentica il suo posto, inizia a governare a nome del re, a litigare, a offendersi, a pretendere onori. Quando il potere torna all'Atman, l'ego diventa un servitore del Dharma: compie il lavoro, accetta la disciplina, impara ad ascoltare, non si appropria della luce.
Pertanto, la persona stabilizzata nella dignità divina non ha bisogno di una posa particolare. Non ha bisogno di apparire importante. Può sedere su un trono, se tale è la volontà del servizio, e può spazzare il cortile, se in quel momento serve una scopa. La sua altezza interiore non dipende dal ruolo.
Visione pura
La deva-bhāvanā è strettamente legata alla visione pura. La visione pura è la percezione della realtà come manifestazione del Divino, come un mandala della coscienza. Inizialmente viene allenata attraverso l'intenzione, la fede, la contemplazione, l'adorazione. Poi diventa un riconoscimento naturale: il mondo era già permeato da Dio, semplicemente la mente lo guardava attraverso la pellicola dell'abitudine.
L'uomo comune vede se stesso come una piccola figura tra circostanze estranee. Il suo umore cambia a seconda degli elogi, delle critiche, del successo, del fallimento. Oggi è sicuro di sé, domani è schiacciato. Così funziona la visione karmica.
Nella deva-bhāvanā appare un altro sostegno. Vi ricordate del Guru, della divinità, dei santi, dell'altare, dei momenti di venerazione. Poi trasferite questo sentimento sacro dentro di voi: i principi della divinità devono prendere vita nel vostro corpo, nel linguaggio, nella mente, nelle azioni. Anche se all'inizio sembra un esercizio, la ripetizione cambia gradualmente il corpo sottile. La bhāva entra più in profondità del pensiero.
Divya-bhāva come grazia
Nell'insegnamento del Guru, la divya-bhāva è legata all'anugraha (sancr. anugraha), la grazia discendente del Divino. È uno stato di felicità, amore per Dio, devozione, dedizione, purezza interiore e maestà. Essa purifica attraverso l'elevazione di tutto l'assetto della coscienza.
Proprio come un profumo forte scaccia l'odore di chiuso da una stanza, la bhāva divina scaccia gli stati pesanti della mente. Invidia, sconforto, irritazione, risentimento perdono il loro antico potere quando la coscienza si riempie della maestà della Fonte. Non c'è più bisogno di negoziare all'infinito con essi. La loro energia si dissolve in uno spazio più alto.
Qui è importante la costanza. Un lampo d'ispirazione è utile, ma il cammino inizia quando il sadhaka torna alla bhāva divina ancora e ancora: nella meditazione, nel tempio, in una conversazione, nel servizio, in una situazione difficile. Gradualmente, questa diventa la sua nuova visione karmica.
Brahma-bhāvanā
La deva-bhāvanā conduce alla brahma-bhāvanā (sancr. brahma-bhāvanā), lo stato contemplativo di assolutezza. Se la deva-bhāvanā è legata alla dignità della divinità, alla purezza, alla santità e alla maestà, la brahma-bhāvanā eleva la coscienza verso la mahavakya "ahaṁ brahmāsmi" — "Io sono il Brahman".
A questo livello il sadhaka riconosce se stesso come la Fonte non nata, come coscienza illimitata. Tutte le piccole bhāva, nate dai klesha, diventano troppo strette. Rabbia, paura, avidità, autocommiserazione perdono credibilità. Come una pozzanghera scompare sotto il sole, così l'"io" limitato si prosciuga alla luce della contemplazione.
Ma il cammino verso questo stato richiede maturità. Le parole "io sono il Brahman" devono nascere dal riconoscimento. L'ambizione ne corrompe rapidamente il significato: la persona parla dell'assoluto, ma reagisce come una personalità ferita. Quando esse sono pronunciate dalla contemplazione, appaiono semplicità, forza, compassione e libertà interiore.
Come sviluppare la maestà divina
Primo — upāsanā (sancr. upāsanā), l'adorazione e l'avvicinamento alla Divinità. L'altare, il mantra, le prostrazioni, i bhajan, la disciplina del tempio purificano il sentimento. Insegnano al cuore a venerare.
Secondo — Guru-yoga. Il discepolo ricorda le qualità del Guru, la sua coscienza, la sua visione pura, poi cerca di riconoscere questi principi dentro di sé. Qui è necessaria la fedeltà alla linea di trasmissione; le fantasie sulla grandezza personale portano rapidamente fuori strada.
Terzo — sevā (sancr. sevā), il servizio. Il servizio mostra rapidamente dove l'orgoglio divino è diventato una posa. Se una persona perde la sua maestà per un lavoro semplice, significa che era aggrappata a un'immagine. Se nel servizio si diventa più calmi, profondi, gioiosi, la bhāva si sta radicando correttamente.
Quarto — contemplazione. Bisogna tornare ancora e ancora alla sensazione dell'Atman: spazioso, luminoso, incontaminato. L'azione esterna continua, ma il sostegno interiore viene trasferito nella fonte della coscienza.
Segni di una corretta apertura
Quando la maestà divina si sviluppa correttamente, la persona diventa più libera dai giudizi altrui. C'è meno agitazione e più dignità. Ammette più facilmente un errore, perché il suo vero "Sé" non crolla per un'osservazione. È capace di rispettare gli altri, perché vede in loro la stessa base divina.
Compaiono amore, compassione, forza creativa, compostezza interiore. Sorge il desiderio naturale di servire il Dharma. L'uomo non cerca più la conferma del proprio valore in ogni conversazione. Ricorda: il suo regno è interiore.
C'è anche un pericolo. La mente può indossare la maschera della divinità. Allora compaiono aria di importanza, freddezza, disprezzo, teatralità spirituale. Questo si nota subito dall'atteggiamento verso le persone: meno c'è umiltà, più c'è ahamkāra nella pratica.
La vera deva-bhāvanā rende l'uomo più dolce e più forte allo stesso tempo. In essa non c'è debolezza. In essa non c'è rozzezza. C'è il portamento interiore dell'anima.
Significato per il sadhaka
Per il sadhaka, la maestà divina è un metodo pratico per cambiare il destino. L'uomo diventa ciò che contempla profondamente di se stesso. Se per anni nutre l'immagine di un essere debole, offeso, impotente, quell'immagine inizierà a governare il prana, la parola, le decisioni. Se egli si stabilisce con pazienza nell'Atman, la sua vita entra gradualmente in un altro alveo.
La divya-bhāva non annulla la disciplina. Le dà un centro sacro. La deva-bhāvanā non allontana dal mondo. Permette di vedere il mondo come un campo di pratica. La brahma-bhāvanā non rende l'uomo indifferente. Apre all'azione da uno spazio dove c'è meno paura e più libertà.
Così nasce una matura dignità spirituale. Ricordate la vostra natura divina e per questo potete essere semplici. Servite, perché il servizio non sminuisce l'Atman. Contemplate, perché senza contemplazione la maestà diventa rapidamente un pensiero sulla maestà. Amate Dio, il Guru, il Dharma, gli esseri — e questo amore cambia gradualmente la trama stessa della vostra visione.
La maestà divina inizia con il giusto ricordo: dentro di voi c'è una luce che è più antica di tutti i ruoli, più forte di tutti i karma e più silenziosa di tutte le prove. A essa bisogna tornare. In essa bisogna vivere.


