Ashta-avarana-diksha (sanscr. aṣṭa-āvaraṇa-dīkṣā) è l’iniziazione agli otto veli protettivi. La parola «ashta» significa «otto», «avarana» significa velo, protezione, involucro. «Diksha» è un’iniziazione che conferisce al tempo stesso forza spirituale e rimuove gli ostacoli karmici.
È una delle iniziazioni fondamentali del cammino spirituale nella nostra tradizione. Segue la presa di Rifugio e crea intorno al praticante una struttura protettiva invisibile ma percepibile: un mandala composto da otto elementi, ciascuno dei quali sostiene e protegge lungo il cammino.
Perché è necessaria la protezione sul cammino spirituale
Quando una persona intraprende seriamente una pratica spirituale — meditazione, mantra, pranayama — apre gradualmente i canali sottili e diventa più sensibile. Questo è positivo, perché permette di percepire gli strati più profondi della realtà. Ma vi è anche un rovescio della medaglia: aumenta la vulnerabilità.
Possono riaffiorare vecchie impronte karmiche, gli stati interiori possono acuirsi e l’influsso delle energie negative esterne può intensificarsi. L’Ashta-avarana-diksha crea un cerchio protettivo — il raksha-mandala — all’interno del quale il praticante può svilupparsi serenamente.
«Invocando le sante forze divine, entriamo all’unisono, in risonanza con queste vibrazioni. E sono queste stesse vibrazioni a trasformare l’ambiente che ci circonda. Questa è la protezione spirituale».
— Swami Vishnudevananda Giri, «Demonologia vedica e metodi di protezione spirituale», 2010
Gli otto veli
Gli otto avarana non sono semplici simboli rituali. Ognuno di essi ha un significato pratico e trasforma la vita quotidiana dell’iniziato.
1. Guru — il legame vivente con la tradizione
Il primo e principale velo. Il Guru non è semplicemente un «insegnante» nel senso laico del termine, ma un anello vivente della catena di trasmissione della conoscenza che risale a Shiva stesso. Lo Shiva Purana (7.2.37.11) afferma: «Il Guru è Shiva, Shiva è il Guru: essi sono uno».
In pratica ciò significa che, quando si incontrano difficoltà lungo il cammino, attraverso il ricordo del Guru (guru-smarana) è possibile invocarne la guida. Il Guru diventa la bussola interiore, l’antar-guru.
«Come da una candela se ne accende un’altra, così il discepolo riceve la trasmissione e diventa successore del lignaggio».
— Swami Vishnudevananda Giri, «Dal profano al sacro», 2019
2. Linga — l’altare personale
Il lingam consacrato dal Guru e trasmesso al discepolo trasforma una normale abitazione in un piccolo luogo sacro. Il Linga Purana (1.3.1-2) afferma: «Il Lingam è il Brahman Supremo, il Lingam è il tapas supremo».
La linga-puja quotidiana (adorazione del lingam) diventa il centro della vita spirituale. Mantiene un legame costante con l’Assoluto, anche quando interiormente si avvertono aridità e mancanza d’ispirazione.
3. Jangama — la forza della comunità spirituale
«Jangama» significa letteralmente «ciò che si muove»: sono i portatori viventi della tradizione, ossia monaci, praticanti esperti e sadhu. Nella tradizione lingayat di Basava si afferma: «Il jangama-lingam è il corpo del santo, il prana-lingam è il respiro di Shiva in ogni cosa».
Quando la motivazione personale si indebolisce, il sangha offre sostegno. Quando sorgono dubbi, l’esempio degli altri praticanti ispira. E il servizio alla comunità (seva) trasforma la pratica personale in qualcosa di più grande.
4. Padodaka — l’acqua consacrata
Letteralmente, «acqua dei piedi». Nel contesto della diksha si tratta della charanamrita, l’acqua usata per l’abluzione rituale del lingam. Il Padma Purana afferma: «La padodaka di Shiva distrugge tutti i peccati».
Non si tratta di magia, ma di un rituale che consolida l’intenzione della purificazione interiore. L’acqua assorbe la vibrazione del lingam e, assumendola, il praticante interiorizza (assimila) la benedizione.
5. Prasada — il cibo consacrato
Prima di mangiare, si offre il cibo alla divinità e poi lo si riceve come prasada, ossia come dono. La Bhagavad Gita (3.13) afferma: «Coloro che si nutrono dei resti del sacrificio vengono liberati dai peccati».
Un gesto semplice — offrire il cibo prima del pasto — cambia il rapporto con l’alimentazione. Il cibo cessa di essere semplice carburante e diventa parte della pratica spirituale.
6. Bhasma — la cenere sacra
La cenere viene applicata sulla fronte, sulle braccia e sul petto. La Bhasma Jabala Upanishad afferma: «L’uomo ricoperto di cenere diventa Rudra». La cenere ricorda l’impermanenza: tutto ciò che è materiale brucia, e rimane soltanto l’eterno.
Portare il bhasma è anche un segno di appartenenza alla tradizione shaiva, una sorta di «firma» del praticante.
7. Rudraksha — i grani di Shiva
«Rudraksha» significa «occhio di Rudra». Lo Shrimad Devi Bhagavatam (11.8) afferma: «I rudraksha, nati dagli occhi di Rudra, distruggono i peccati».
Il rosario di rudraksha consacrato dal Guru diventa un compagno costante: viene portato al collo, utilizzato per il japa (la ripetizione del mantra) e custodito presso l’altare. Il rudraksha potenzia il mantra, agendo come un risonatore. È prescritto trattarlo con rispetto: non indossarlo in luoghi impuri e toglierlo prima di dormire.
8. Mahamantra — il grande mantra di Shiva
Il culmine della diksha. Il Guru sussurra il mantra direttamente all’orecchio del discepolo: questo è il karna-mantra. Non è una trasmissione informativa di parole, bensì la trasmissione di una forza sonora vivente. Nella tradizione shaiva si tratta solitamente del mantra di cinque sillabe Om Namah Shivaya.
«La mantra-diksha conferisce l’autorizzazione e dona la forza necessaria per lo japa yoga. Senza questa iniziazione, la ripetizione del mantra ha un effetto minore. Tutti possono recitare il mantra Om Namah Shivaya, ma è meglio riceverlo dalle labbra del guru originario».
— Swami Vishnudevananda Giri, «Il significato del guru yoga e della diksha nella pratica del mantra», 2018
Dopo l’iniziazione, il discepolo assume l’impegno di ripetere quotidianamente il mantra, almeno un mala (108 ripetizioni). Con il tempo, il mantra diventa lo sfondo della vita: risuona interiormente anche quando non lo ripetete consapevolmente.
Il nome spirituale
Insieme all’iniziazione, il Guru conferisce al discepolo un nuovo nome. Il nome viene scelto dal Guru in base alla propria visione della natura essenziale del discepolo e del suo legame con la divinità prescelta.
Nel sangha sarete conosciuti con il nome spirituale. Nella vita mondana potrete continuare a usare quello precedente. Con il tempo, alcuni praticanti passano completamente al nome spirituale, soprattutto quando abbracciano la vita monastica.
Il posto dell’ashta-avarana-diksha nel cammino
Questa diksha non è né l’inizio né la fine. Si inserisce in una precisa successione di iniziazioni:
Primo livello — prendere Rifugio (prapatti-diksha). Stabilisce il legame fondamentale con la tradizione.
Secondo livello — ashta-avarana-diksha. Crea una struttura protettiva e conferisce un nome spirituale.
Terzo livello — ashrama-diksha. Definisce lo stile di vita: grihastha (laico), brahmacharya, karma-sannyasa o vanaprastha.
Quarto livello — brahma-mantra-diksha. La trasmissione del supremo mantra liberatore.
Ogni diksha successiva approfondisce il legame con il Guru e la parampara, avvicinando alla moksha, la Liberazione.
«Ricevendo l’iniziazione, creiamo nuove impronte sul cammino spirituale: impronte divine. Ed esse ci permettono di scoprire altre possibilità dell’universo».
— Swami Vishnudevananda Giri, «Il senso della vita come evoluzione spirituale nell’Advaita», 2010
Preparazione e condizioni
L’ashta-avarana-diksha è accessibile a coloro che hanno già preso Rifugio. La procedura è la seguente:
Prendere Rifugio — presso un monaco, online o di persona. Senza questo passaggio, la trasmissione degli avarana non sarà efficace.
Registrarsi — presso la coordinatrice delle cerimonie (Tejomayi), dichiarando la propria intenzione.
Preparare la dakshina — l’offerta rituale al Guru. Non si tratta di un pagamento, bensì di un’espressione di gratitudine e della disponibilità a rinunciare a ciò che è materiale per ciò che è spirituale. L’importo viene stabilito in base alle proprie possibilità, solitamente sotto forma di donazione al monastero.
Come si svolge la cerimonia
La cerimonia dura da una a due ore. Può essere celebrata individualmente o per un gruppo, di persona nell’ashram oppure online.
Purva-puja — culto preliminare della divinità.
Guru-vandana — glorificazione del Guru e della linea di successione.
Sankalpa — dichiarazione formale dell’intenzione di ricevere la diksha.
Trasmissione degli avarana — uno dopo l’altro, con la spiegazione di ciascuno.
Nama-dana — conferimento del nome spirituale.
Mantra-upadesha — trasmissione del mahamantra sussurrandolo all’orecchio.
Ashisha — benedizione conclusiva.
Durante la cerimonia, le persone vivono esperienze diverse: ondate di devozione, una chiarezza insolita, pace. Ma l’aspetto principale è che l’effetto della diksha non si limita a questo momento. La forza dell’iniziazione opera per mesi e anni, trasformando gradualmente la coscienza.
Dopo la diksha: che cosa cambia nella vita
Dopo l’iniziazione siete un dikshita, un iniziato. Acquisite uno status formale nella parampara e degli impegni quotidiani:
— Linga-puja — adorazione quotidiana del lingam al mattino o alla sera.
— Nitya-japa — ripetizione del mahamantra almeno 108 volte al giorno.
— Indossare la rudraksha — come costante promemoria del legame con la tradizione.
— Applicare la bhasma — prima della pratica o nei giorni speciali.
— Servizio alla comunità — seva in una forma accessibile.
Queste pratiche non sono un peso «aggiuntivo» rispetto alla vita ordinaria. Si integrano in essa e trasformano gradualmente l’intera routine quotidiana, dal risveglio mattutino fino al momento di addormentarsi.
Per porre domande sullo svolgimento della cerimonia, potete rivolgervi alla coordinatrice Tejomayi.
Om Namah Shivaya


