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Brahman e la sua natura

21.07.2026
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Brahman (brahman) rappresenta il concetto centrale e fondamentale del pensiero filosofico del  Sanātana Dharma, che raggiunge la sua espressione più completa e sistematica nella tradizione dell’advaita-vedānta (advaita-vedānta). In questa tradizione, il Brahman è inteso come la realtà assoluta, ultima e unica autentica, che al contempo trascende tutte le forme dell’essere manifestato ed è presente al loro interno.

Secondo le formulazioni classiche dei filosofi dell’advaita, il Brahman è Sat-cit-ānanda (sat-cit-ānanda), l’unità inscindibile di puro essere, pura coscienza e pura beatitudine, che non può essere frammentata né divisa. Il Brahman è infinito, eterno, immutabile, autosufficiente e autoevidente. Esso costituisce il fondamento e il sostrato di tutti i fenomeni mutevoli, pur rimanendo inalterato dai cambiamenti, proprio come uno schermo rimane immutato mentre le immagini si susseguono su di esso.

L’unicità del concetto di Brahman consiste nel fatto che esso non è inteso come una qualche entità suprema tra altre entità, bensì come l’essere stesso, nel quale scompaiono tutte le dualità e le separazioni: tra soggetto e oggetto, conoscente e conosciuto, interno ed esterno. Il Brahman non è né la divinità personale delle religioni abramitiche, né un’astrazione filosofica, né un principio metafisico nel senso occidentale, sebbene racchiuda in sé elementi di tutte queste concezioni.

Etimologia 

La parola brahman deriva dalla radice sanscrita √bṛh (बृह्), che significa «crescere», «espandersi», «aumentare», «diventare grande».

Da questa radice deriva il sostantivo brahman, che originariamente significava:

  • parola sacra,
  • preghiera,
  • potere del mantra,
  • formula sacra dotata di potere spirituale.

Nella tradizione vedica, questa parola indicava il potere della parola sacra, capace di rivelare e sostenere l’ordine cosmico.

Più tardi, nella filosofia delle Upaniṣad, il significato del termine si approfondì. Il Brahman cominciò a essere inteso come:

  • realtà assoluta,
  • essere infinito,
  • principio primo di tutto ciò che esiste,
  • fondamento dal quale il mondo sorge e nel quale dimora.

Così, dal punto di vista etimologico e filosofico, brahman può essere inteso come ciò che si espande infinitamente e trascende ogni limite: la realtà suprema e onnicomprensiva.

Nella tradizione dell’advaita-vedānta (advaita-vedānta), questa idea trova la sua espressione più radicale:

Il Brahman è l’unica realtà, mentre tutto il resto è una sua manifestazione.

È proprio per questo che nelle Upaniṣad si afferma:

«sarvaṃ khalvidaṃ brahma» 

«in verità, tutto è Brahman».

Il celebre commentatore medievale Śaṅkara (Śaṅkara, VIII secolo d.C.), nel suo Brahma-sūtra-bhāṣya (Brahma-sūtra-bhāṣya), sottolinea: 

“bṛhatvād bṛhaṇatvāc ca brahma”

“Il Brahman è ciò che trascende tutto e si espande senza limiti”. 

Questa definizione rivela non soltanto l’infinità del Brahman, ma anche la sua natura dinamica di realtà che si autorivela.

Evoluzione storica del concetto

Il concetto di Brahman ha subito una notevole evoluzione nella storia del pensiero filosofico indiano:

Nei primi Veda (veda), in particolare nel Ṛgveda (Ṛgveda), il termine "brahman" aveva un significato molto più modesto, indicando una formula sacra o un incantesimo magico, nonché il potere sacro racchiuso nell’azione rituale e nella preghiera. In questo periodo, la sua concezione era strettamente legata al concetto di ṛta (ṛta), ossia l’ordine cosmico e il suo mantenimento rituale.

Nei Brāhmaṇa (Brāhmaṇa) e negli Āraṇyaka (Āraṇyaka) si verifica una graduale reinterpretazione del significato del rituale e, insieme a esso, del concetto di Brahman, che comincia a essere associato alla conoscenza interiore posta alla base dei riti esteriori. Qui si delinea il passaggio dal ritualismo all’interiorizzazione della pratica spirituale.

Una trasformazione radicale del concetto di Brahman avviene nelle Upaniṣad (Upaniṣad), dove esso evolve fino a designare la suprema realtà cosmica e diventa una categoria filosofica centrale.

Nella Chāndogya Upaniṣad (Chāndogya Upaniṣad, 6.2.1) compare la celebre formula: "sad eva, saumya, idam agra āsīt" ("Soltanto l’essere, mio caro, esisteva in principio"), che pone il fondamento monistico di tutto il vedānta successivo.

Nella Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad (Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, 3.8.8), il saggio Yājñavalkya (Yājñavalkya) caratterizza il Brahman con l’espressione "neti, neti" ("non questo, non questo"), indicando la sua trascendenza rispetto a qualsiasi definizione o limitazione.

La Taittirīya Upaniṣad (Taittirīya Upaniṣad, 2.1) definisce il Brahman come «satyaṃ jñānam anantaṃ brahma» (satyaṃ jñānam anantaṃ brahma, «il Brahman è verità, conoscenza, infinità»), espressione che diviene una delle formulazioni classiche.

I Brahma Sūtra (Brahma-sūtra), o Vedānta Sūtra (Vedānta-sūtra), attribuiti al saggio Bādarāyaṇa (Bādarāyaṇa), presentano per la prima volta un'elaborazione sistematica della dottrina del Brahman. Questo testo, composto da concisi aforismi, funge da fondamento per le diverse interpretazioni del Vedānta sviluppatesi nelle epoche successive.

La prima proposizione dei Brahma Sūtra: 

«athāto brahma-jijñāsā» 

«Ora, dunque, l'indagine sul Brahman»,

stabilisce lo studio della natura del Brahman come oggetto principale della filosofia del Vedānta.

Lo status metafisico del Brahman

Una delle distinzioni fondamentali nella comprensione del Brahman è quella tra i suoi aspetti nirguṇa e saguṇa:

Nirguṇa Brahman (nirguṇa-brahman, «Brahman senza attributi») — il Brahman considerato privo di qualsiasi determinazione, qualità, attributo o caratteristica. È la realtà assoluta, al di là di ogni descrizione o definizione.

Il Nirguṇa Brahman è inconcepibile per l'intelletto ordinario, poiché il pensiero stesso opera attraverso categorie e distinzioni che non sono applicabili alla realtà assoluta. È impossibile esprimerlo nel linguaggio comune, anch'esso fondato sulla dualità. L'unico modo per indicarlo è attraverso il metodo neti neti (neti neti, «non questo, non questo»), negando progressivamente tutto ciò che può essere definito, limitato o concettualizzato.

Come spiega Śaṅkara nell'Upadeśa Sāhasrī (Upadeśa-sāhasrī, «Mille insegnamenti»): «Il Brahman non esiste come sostanza o qualità, azione o relazione, concetto generico o caratteristica particolare. Non è vuoto, non è assenza, non viene definito mediante la negazione. È ciò che rimane quando tutto ciò che può essere negato viene negato».

Saguṇa Brahman (saguṇa-brahman, «Brahman con attributi») — il Brahman considerato come dotato di determinate qualità o attributi. È l'aspetto relativo della realtà assoluta, che si manifesta come Īśvara (Īśvara), il creatore, conservatore e distruttore cosmico dell'universo.

Il Saguṇa Brahman è accessibile alla venerazione, alla visualizzazione e alla comprensione. È personificato nelle diverse forme divine dell'induismo: Viṣṇu, Śiva, Devī e altre. Tuttavia, dal punto di vista assoluto, queste forme sono soltanto manifestazioni convenzionali del Brahman indifferenziato.

Nel suo commento al Brahma Sūtra (1.1.20), Śaṅkara spiega che il Saguṇa Brahman è il Brahman visto attraverso il prisma di māyā (māyā), l'illusione cosmica, e pertanto dotato di qualità e attributi. Queste qualità non sono intrinseche al Brahman stesso, ma vengono proiettate su di esso dalla nostra percezione limitata.

La dialettica degli aspetti nirguṇa e saguṇa

È importante comprendere che la distinzione tra gli aspetti nirguṇa e saguṇa del Brahman non implica l'esistenza di due entità separate. Si tratta soltanto di due modi di considerare la medesima realtà: dal punto di vista assoluto (pāramārthika-satya, pāramārthika-satya) e da quello relativo (vyāvahārika-satya, vyāvahārika-satya).

Come osserva Śaṅkara, il Brahman in quanto tale rimane immutabile e uno, mentre la molteplicità e le differenze sorgono soltanto al livello delle sovrapposizioni (adhyāsa, adhyāsa) o delle proiezioni illusorie.

Il Brahman come Sat-Cit-Ānanda

La natura del Brahman viene tradizionalmente descritta attraverso la triade Sat-cit-ānanda (sat-cit-ānanda), in cui ciascun elemento indica un aspetto fondamentale della realtà assoluta:

Sat (sat) significa puro essere o esistenza in quanto tale, senza alcuna limitazione o determinazione. Non si tratta dell'«esistenza» intesa come opposto della non-esistenza, bensì dell'essere che precede questa stessa distinzione.

La Chāndogya Upaniṣad (6.2.1) afferma: 

«sat eva, saumya, idam agra āsīt, ekam eva advitīyam» 

«Solo l'essere, o caro, esisteva in principio, uno, senza un secondo» 

Ciò indica che il Brahman in quanto sat è l'unica realtà autosufficiente.

Sat significa anche verità o realtà, in contrapposizione a ciò che è irreale o illusorio (asat, asat). Śaṅkara, nella sua Viveka Cūḍāmaṇi (Viveka-cūḍāmaṇi), spiega che sat è ciò che rimane immutabile nei tre tempi (passato, presente e futuro) ed è pertanto assolutamente reale.

Cit (cit) significa coscienza pura o conoscenza, che non è una funzione o una proprietà di qualcos’altro, ma costituisce la natura stessa del Brahman. Non è coscienza nel senso psicologico della consapevolezza degli oggetti, bensì la natura autoluminosa della realtà.

Nel suo commento alla Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad (4.3.30), Shankara caratterizza cit come svaprakāśa (svaprakāśa, «autoevidente», «autoluminoso»), vale a dire come ciò che non necessita di un’altra coscienza per essere illuminato o conosciuto.

Una caratteristica importante di cit è la sua non dualità: in esso non esiste alcuna separazione tra il conoscente, il conosciuto e il processo della conoscenza. Come spiega Shankara, quando parliamo della «coscienza» del Brahman, non intendiamo dire che il Brahman «possiede» la coscienza: il Brahman è coscienza.

Ānanda (ānanda) indica la beatitudine assoluta o la pienezza infinita che costituiscono la natura intrinseca del Brahman. Non si tratta di uno stato emotivo o di un’esperienza soggettiva, bensì di una caratteristica essenziale della realtà assoluta.

La Taittirīya Upaniṣad (2.5) proclama il Brahman come «raso vai saḥ» (raso vai saḥ, «Egli, in verità, è l’essenza, la dolcezza»), indicando la sua natura quale fonte primaria di tutte le forme di felicità o appagamento che sperimentiamo nel mondo.

Anche la Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad (4.3.32) afferma che il Brahman è «vijñānaghana, ānandaghana» (vijñānaghana, ānandaghana, «massa di coscienza, massa di beatitudine»), sottolineando la pienezza e l’intensità di queste qualità.

È importante comprendere che la triade sat-cit-ānanda non implica che il Brahman «sia composto» da tre componenti o aspetti distinti. È piuttosto un tentativo di indicare l’unità indivisibile dell’essere, della coscienza e della beatitudine, che costituiscono l’essenza stessa del Brahman.

Come spiega Shankara, quando parliamo del Brahman come sat-cit-ānanda, non operiamo una distinzione reale nel Brahman, ma cerchiamo soltanto di indicarne la natura attraverso diversi aspetti della medesima realtà indivisibile.

Nella sua Upadeśasāhasrī (1.13), Shankara descrive il Brahman come «nityaśuddhabuddhamuktasatyasvarūpa» (nityaśuddhabuddhamuktasatyasvarūpa, «la cui natura è eternità, purezza, illuminazione, libertà e verità»), sottolineando l’unità integrale di tutti questi aspetti.

Il rapporto del Brahman con il mondo manifestato

Una questione fondamentale nella metafisica dell’Advaita è il rapporto tra il Brahman assoluto e indifferenziato e il molteplice mondo delle manifestazioni (prapañca, prapañca). Tale rapporto viene spiegato attraverso il concetto di vivarta (vivarta).

I filosofi dell’Advaita, a partire da Shankara, elaborarono la teoria del vivarta (vivarta, «cambiamento apparente») per spiegare il rapporto tra il Brahman e il mondo delle manifestazioni. Secondo questa teoria, il Brahman non subisce alcun cambiamento reale quando sorge il mondo, ma sembra soltanto cambiare.

Questa teoria si contrappone a quella del pariṇāma (pariṇāma, «trasformazione reale»), accolta da altre scuole, come il Sāṃkhya (sāṃkhya), secondo la quale la sostanza originaria si trasforma realmente in diversi prodotti.

Shankara illustra il concetto di vivarta mediante la metafora del riflesso del sole nell’acqua: il sole non subisce alcun cambiamento reale, sebbene il suo riflesso possa oscillare e frammentarsi con i movimenti dell’acqua. Analogamente, il Brahman rimane immutabile nonostante l’apparente molteplicità delle sue manifestazioni.

Come conoscere il Brahman

La conoscenza del Brahman non è una semplice indagine teorica, ma un profondo processo trasformativo dotato di metodi specifici.

Nella filosofia del  Sanātana Dharma, i pramāṇa (pramāṇa) nell’Advaita  sono mezzi o strumenti validi di conoscenza. L’Advaita Vedānta riconosce tradizionalmente sei pramāṇa, ma per conoscere il Brahman svolgono un ruolo particolare:

  1. Śabda (śabda, «testimonianza verbale») — i testi autorevoli, in particolare le Upaniṣad, considerate apauruṣeya (apauruṣeya, «prive di autore umano») e quindi assolutamente attendibili nelle questioni riguardanti la realtà trascendente.
  2. Anumāna (anumāna, «inferenza logica») — sebbene il Brahman non possa essere compreso direttamente mediante la logica, il ragionamento razionale svolge un ruolo importante nell’eliminare le concezioni erronee e nel preparare il terreno all’esperienza diretta.
  3. Pratyakṣa (pratyakṣa, «percezione diretta») — nel caso della conoscenza del Brahman, non si tratta della comune percezione sensoriale, bensì di una comprensione intuitiva immediata, o anubhava (anubhava), che sorge come risultato di una meditazione profonda e dell’autoindagine.

Shankara sottolinea la priorità della śabda-pramāṇa nella conoscenza del Brahman, poiché questa realtà trascende l’esperienza ordinaria e non può essere compresa mediante i comuni mezzi di conoscenza. Tuttavia, egli riconosce anche il ruolo complementare del ragionamento (yukti, yukti) e dell’esperienza diretta (anubhava, anubhava) nel processo di realizzazione.

Parokṣa e Aparokṣa Jñāna

Un aspetto fondamentale della filosofia della conoscenza dell’Advaita è la distinzione tra due tipi di conoscenza del Brahman:

Parokṣa-jñāna (parokṣa-jñāna) — conoscenza mediata, indiretta e concettuale del Brahman, acquisita attraverso lo studio delle scritture, il ragionamento logico o gli insegnamenti del maestro. È una conoscenza caratterizzata dalla dualità tra il soggetto conoscente e l’oggetto conosciuto.

Aparokṣa-jñāna (aparokṣa-jñāna) — conoscenza-realizzazione immediata, diretta e intuitiva del Brahman, che sorge come risultato della meditazione profonda e dell’autoindagine. È una conoscenza in cui viene superata la dualità tra il conoscente e il conosciuto, e il soggetto e l’oggetto si fondono in un’unità indifferenziata.

Come spiega Shankara nel Vivekacūḍāmaṇi (versetto 56): «L’Atman (Brahman) non può essere compreso né attraverso lo studio delle scritture, né mediante il ragionamento logico, né tramite una moltitudine di insegnamenti. È conseguibile solo da colui al quale esso si rivela. Soltanto per sua grazia può essere raggiunta la sua vera natura».

Solo l’aparokṣa-jñāna conduce all’autentica liberazione (Mokṣa nell’Advaita Vedānta, mokṣa), mentre il parokṣa-jñāna, sebbene sia prezioso in determinate fasi del cammino, rimane entro i limiti della percezione dualistica e, pertanto, non può condurre alla realizzazione definitiva.

Adhyāsa e il suo superamento

La conoscenza del Brahman è strettamente legata al superamento dell’adhyāsa (adhyāsa, «sovrapposizione» o «superimposizione»), ossia la proiezione delle caratteristiche di un oggetto su un altro, che costituisce il meccanismo fondamentale dell’illusione nell’Advaita.

Shankara inizia il suo commento ai Brahma-sūtra con un’analisi dell’adhyāsa, definendolo come «l’apparente manifestazione di una cosa in un’altra». L’adhyāsa originario, alla base di tutti gli altri, è la sovrapposizione dell’«io» irreale (ego, corpo, mente) al «Sé» reale (Atman/Brahman).

Il superamento dell’adhyāsa mediante il discernimento (viveka, viveka) tra il reale e l’irreale e la consapevolezza della vera natura dell’Atman come Brahman costituisce l’essenza del processo conoscitivo nell’Advaita. Come spiega Shankara, non si tratta dell’acquisizione di una nuova conoscenza nel senso comune del termine, bensì dell’eliminazione dell’ignoranza (avidyā, avidyā), che cela la verità da sempre già presente.

Il Brahman nel contesto delle scuole e delle interpretazioni

Nell’ambito dell’Advaita Vedānta si sono formate diverse sottoscuole significative, che propongono differenti sfumature nell’interpretazione della natura del Brahman e del suo rapporto con il mondo:

Le due principali sottotradizioni dell’Advaita — Bhāmatī (Bhāmatī) e Vivaraṇa (Vivaraṇa) — prendono il nome dagli omonimi commenti alle opere di Shankara:

  • La Bhāmatī, fondata da Vācaspati Miśra (Vācaspati Miśra, IX-X secolo), pone l’accento sul ruolo del jīva (jīva) individuale e della sua ignoranza nella proiezione del mondo. Secondo questa scuola, māyā è una forza inerente a ogni singola anima.
  • La Vivaraṇa, fondata da Prakāśātman (Prakāśātman, XI-XII secolo), sottolinea l’ignoranza cosmica e il ruolo centrale di Īśvara. Secondo questa scuola, māyā è una forza inerente allo stesso Brahman, mentre l’ignoranza individuale ne è soltanto una manifestazione.

Queste sottoscuole differiscono anche nella comprensione della natura e dello status dell’avidyā (avidyā, «ignoranza»), il che influisce sulla loro interpretazione del rapporto tra il Brahman e il mondo fenomenico.

Dṛṣṭi-sṛṣṭi-vāda e Sṛṣṭi-dṛṣṭi-vāda

Un’altra importante distinzione riguarda le concezioni cosmologiche:

  • Dṛṣṭi-sṛṣṭi-vāda (Dṛṣṭi-sṛṣṭi-vāda, «dottrina della creazione attraverso la percezione») — un’interpretazione radicale secondo cui il mondo sorge soltanto nel momento in cui viene percepito e non possiede un’esistenza indipendente. Secondo questa dottrina, non esiste una creazione reale: il mondo esiste esclusivamente come contenuto della coscienza.
  • Sṛṣṭi-dṛṣṭi-vāda (Sṛṣṭi-dṛṣṭi-vāda, «dottrina della percezione del creato») — una posizione più moderata, che riconosce la realtà relativa del mondo e la precedenza della sua creazione rispetto alla percezione. Secondo questa dottrina, il mondo si manifesta dal Brahman attraverso māyā e viene poi percepito dalle coscienze individuali.

Queste dottrine propongono modelli differenti del rapporto tra la realtà assoluta del Brahman e la realtà relativa del mondo manifestato, ma concordano nel riconoscere il Brahman come l’unica realtà autentica.

Il Brahman a confronto con altri sistemi filosofici

La concezione del Brahman nell’Advaita differisce dalle interpretazioni delle altre scuole del Vedānta:

  • Nel viśiṣṭādvaita (viśiṣṭādvaita) di Rāmānuja (XI-XII secolo), il Brahman è concepito come un Dio personale (Viṣṇu-Nārāyaṇa) dotato di attributi, mentre le anime individuali (jīva) e la materia (prakṛti) sono considerate suoi attributi o modi reali, che conservano un certo grado di separatezza anche dopo la liberazione.
  • Nel dvaita (dvaita) di Madhva (XIII secolo), il Brahman (identificato con Viṣṇu) e le anime individuali sono considerati entità ontologicamente distinte, e tale distinzione è intesa come eterna e insuperabile.
  • Nel dvaitādvaita (dvaitādvaita) di Nimbārka (XII-XIII secolo) e nell’acintya-bhedābheda (acintya-bheda-abheda) di Caitanya (XV-XVI secolo) vengono sviluppate diverse forme di non-dualismo dualistico, che combinano elementi dell’advaita e del dvaita.

A differenza di queste scuole, l’advaita sostiene l’unità assoluta della realtà, nonché il carattere illusorio di tutte le differenze e della molteplicità.

Lo shivaismo del Kashmir (kāśmīra śaivism), soprattutto nella forma del pratyabhijñā (pratyabhijñā), ha molti punti in comune con l’advaita nella concezione della realtà suprema, ma se ne distingue anche in modo sostanziale:

  • Nello shivaismo del Kashmir, la realtà suprema — Paramaśiva (Paramaśiva) o Parabrahman — possiede un aspetto dinamico (Śakti, Śakti), che non è considerato esterno o illusorio, bensì integrato nel concetto stesso di assoluto.
  • A differenza dell’advaita, in cui māyā è intesa come la forza che cela la vera natura del Brahman, nello shivaismo del Kashmir māyā è considerata l’energia creatrice di Śiva, attraverso la quale egli manifesta la propria grandezza.
  • Lo shivaismo del Kashmir pone l’accento sugli aspetti dinamici dell’assoluto: spanda (vibrazione), prakāśa (luce) e vimarśa (autoriflessione), mentre l’advaita ne sottolinea gli aspetti statici: sat (essere), cit (coscienza) e ānanda (beatitudine).

Il rapporto tra l’advaita e le scuole buddhiste, in particolare il madhyamaka (madhyamaka) e lo yogācāra (yogācāra), è stato oggetto di intensi dibattiti e di reciproco arricchimento:

  • Il concetto di śūnyatā (śūnyatā, «vacuità») nel madhyamaka di Nāgārjuna presenta analogie con il nirguṇa Brahman dell’advaita, sebbene i metodi di argomentazione e alcuni presupposti metafisici siano diversi.
  • Il vijñaptimātratā (vijñaptimātratā, «sola coscienza») nello yogācāra presenta somiglianze con la concezione della coscienza pura (cit) nell’advaita, ma se ne distingue per il riconoscimento dell’assenza di un «sé» permanente (anātman) e della natura dinamica della coscienza.
  • L’advaita subì una notevole influenza dalla logica e dai metodi conoscitivi buddhisti, soprattutto nelle opere di Gauḍapāda, la cui Māṇḍūkya-kārikā è spesso considerata un tentativo di sintesi tra l’advaita e il madhyamaka buddhista.

Aspetti pratici: il cammino verso la conoscenza del Brahman

Nell’advaita vedānta, il processo di conoscenza del Brahman richiede un’accurata preparazione, sistematizzata nel concetto di sādhana-catuṣṭaya (sādhana-catuṣṭaya, «la quadruplice sādhana») — quattro prerequisiti o qualità necessari per progredire con successo lungo il cammino:

  1. Viveka (viveka) — la capacità di discernere tra ciò che è permanente e ciò che è impermanente, tra il reale e l’irreale, tra l’Ātman e il non-Ātman. È una qualità intellettuale fondamentale, che permette di distinguere le verità eterne dai fenomeni transitori.
  2. Vairāgya (vairāgya) — il distacco, la rinuncia agli oggetti mondani e ai risultati delle azioni. Non è una negazione passiva del mondo, bensì la libertà interiore dall’attaccamento e dall’avversione, che consente di concentrarsi sul fine supremo.
  3. Ṣaṭsampatti (ṣaṭsampatti) — le sei virtù o conquiste interiori:
    • Śama (śama) — la calma o il controllo della mente;
    • Dama (dama) — la moderazione o il controllo dei sensi esterni;
    • Uparati (uparati) — l’astensione da un’attività eccessiva;
    • Titikṣā (titikṣā) — la pazienza, la sopportazione;
    • Śraddhā (śraddhā) — la fede nell’insegnamento e nel maestro;
    • Samādhāna (samādhāna) — la concentrazione o l’unidirezionalità della mente.
  4. Mumukṣutva (mumukṣutva) — l’ardente aspirazione alla liberazione (mokṣa), che supera tutti gli altri desideri e aspirazioni.

Come spiega Śaṅkara nel Vivekacūḍāmaṇi, queste qualità costituiscono la base necessaria per lo studio del vedānta e la realizzazione del Brahman. Senza di esse, la conoscenza filosofica rimane puramente teorica e non conduce a un’esperienza trasformativa.

Il ruolo del Guru nella conoscenza del Brahman

Nella tradizione dell’advaita, il Guru (guru, «maestro») svolge un ruolo centrale nel processo di conoscenza del Brahman. Egli non si limita a trasmettere informazioni, ma funge da incarnazione vivente dell’insegnamento e da catalizzatore della trasformazione della coscienza del discepolo.

La Muṇḍaka Upaniṣad (1.2.12) afferma: 

«Per conoscere questo [Brahman], bisogna rivolgersi a un guru che sia stabilito nel Brahman e versato nelle scritture».

Nelle sue opere, Shankara sottolinea costantemente il ruolo insostituibile del guru, il quale deve possedere non soltanto una conoscenza teorica delle scritture, ma anche la realizzazione diretta del Brahman. Solo un tale maestro può guidare efficacemente il discepolo (shishya, śisya) attraverso gli ostacoli del cammino spirituale.

Il tradizionale rapporto guru-shishya nell'Advaita è caratterizzato da profonda fiducia, rispetto e devozione da parte del discepolo, e da compassione, saggezza e altruismo da parte del maestro. Questo rapporto non è considerato semplicemente un legame pedagogico, bensì un elemento essenziale del processo stesso di conoscenza del Brahman.

Il Brahman nei testi classici dell'Advaita

Le Upanishad contengono numerose descrizioni e definizioni del Brahman, spesso formulate mediante espressioni poetiche e metaforiche. Eccone alcune tra le più significative:

  • Taittiriya Upanishad (3.1): «Il Brahman è ciò da cui questi esseri nascono, grazie a cui vivono dopo la nascita e in cui entrano al momento della dissoluzione. Aspira a conoscere questo». Questa definizione, nota come «tatastha-lakshana» (taṭastha-lakṣaṇa, «definizione indiretta»), indica il Brahman attraverso il suo rapporto con il mondo, senza toccarne l'essenza intrinseca.
  • Chandogya Upanishad (3.14.1): «Tutto questo, in verità, è Brahman. È costituito dalla mente, il suo corpo è il respiro vitale, la sua forma è la luce, la sua determinazione è la verità, la sua natura è lo spazio». Qui il Brahman è descritto attraverso corrispondenze cosmologiche.
  • Mundaka Upanishad (2.1.2): «Luminoso, privo di forma, onnipervadente, presente dentro e fuori tutte le cose, non nato, senza respiro, senza mente, puro, al di sopra del sommo imperituro». Questa è una descrizione del Brahman mediante una caratterizzazione apofatica, ossia attraverso la negazione di ogni limitazione.

Nei suoi commentari alle Upanishad, Shankara sviluppa un'ermeneutica dettagliata che consente di interpretare queste diverse descrizioni nel contesto della metafisica non duale dell'Advaita. Egli distingue due tipi di definizione del Brahman:

  1. Tatastha-lakshana (taṭastha-lakṣaṇa, «definizione indiretta») — una definizione basata su relazioni o funzioni esterne, per esempio: «Il Brahman è la causa, il sostegno e la dissoluzione finale dell'universo».
  2. Svarupa-lakshana (svarūpa-lakṣaṇa, «definizione essenziale») — una definizione basata sulla natura intrinseca, per esempio: «Il Brahman è sat-chit-ananda» oppure «Il Brahman è pura coscienza».

La sistematizzazione nei Brahma Sutra

I Brahma Sutra (Brahma-sūtra), noti anche come Vedanta Sutra (Vedānta-sūtra), costituiscono una sistematizzazione dell'insegnamento delle Upanishad sul Brahman sotto forma di brevi aforismi. Questo testo è tradizionalmente attribuito al saggio Badarayana (Vyāsa) e viene datato approssimativamente tra il II secolo a.C. e il II secolo d.C.

I Brahma Sutra sono organizzati in quattro capitoli (adhyāya), ciascuno dei quali è suddiviso in quattro sezioni (pāda). Il primo capitolo (Samanvaya, samanvaya, «armonizzazione») è dedicato a dimostrare che le Upanishad indicano concordemente il Brahman come realtà suprema e causa del mondo.

Le principali affermazioni sulla natura del Brahman nei Brahma Sutra includono:

  • Il Brahman è la causa prima onnisciente e onnipotente dell'universo (1.1.2).
  • Il Brahman è la fonte dei Veda (1.1.3).
  • Il Brahman non è oggetto di percezione né di inferenza logica, ma può essere conosciuto soltanto attraverso la shruti (1.1.4).
  • Il Brahman è identico all'Atman (1.4.6).
  • Il Brahman è sia la causa materiale sia la causa efficiente del mondo (1.4.23).

Nella sua Brahma-sutra-bhashya (Brahma-sūtra-bhāṣya), Shankara interpreta questi sutra nel contesto della metafisica non duale, mostrando che essi sostengono la concezione advaitica del Brahman come unica realtà e del mondo come sua manifestazione illusoria.

Il concetto di Brahman nell'Advaita Vedanta rappresenta una delle costruzioni metafisiche più raffinate e profonde della storia del pensiero filosofico mondiale. Esso supera i limiti del pensiero dualistico, proponendo una concezione radicalmente non duale della realtà, nella quale soggetto e oggetto, individuale e cosmico, essere e coscienza risultano fondamentalmente uniti.

Nel suo sviluppo storico, dalle radici vediche, attraverso la sistematizzazione nelle Upanishad e nei Brahma Sutra, fino alle formulazioni classiche di Shankara, l'insegnamento sul Brahman dimostra una sorprendente coerenza e continuità, pur conservando un'apertura verso nuove interpretazioni e applicazioni.

I metodi di conoscenza del Brahman elaborati nell'Advaita offrono un approccio unico al problema della conoscenza, che supera i limiti tanto dell'empirismo ingenuo quanto del razionalismo astratto e indica la possibilità di una comprensione diretta e intuitiva della realtà.

I metodi pratici che conducono alla conoscenza del Brahman costituiscono un programma sistematico di trasformazione della coscienza, che integra diversi aspetti dell’esperienza umana.

Attraverso la consapevolezza della vera natura della realtà come Brahman, l’essere umano supera i limiti dell’esistenza egocentrica e scopre una dimensione dell’essere caratterizzata da unità, pienezza e libertà trascendente: una dimensione che, secondo l’Advaita, è da sempre presente come la nostra identità più profonda, solo temporaneamente celata dai veli dell’ignoranza.

La tradizione dell’Advaita, con la sua profonda comprensione della natura del Brahman, continua a svilupparsi come sistema filosofico e spirituale vivo, offrendo una risposta profonda alle domande eterne sulla natura della realtà, della coscienza e del destino umano.

Vedi anche:

  • Advaita Vedanta: la filosofia della non-dualità
  • Atman: il vero «Sé»
  • Brahman senza attributi
  • Brahman con attributi
  • Creatore e sovrano cosmico
  • Essere-Coscienza-Beatitudine
  • Illusione cosmica

Categorie:

Principi e concetti fondamentali Metafisica dell’Advaita Vie della conoscenza nell’Advaita

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