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Samadhi è lo stato che tutti cercano

21.07.2026
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La parola «samadhi» viene spesso presentata come una trance esotica: una persona rimane immobile, il respiro si arresta e avviene qualcosa di simile a uno svenimento con una sfumatura mistica. È qui che nasce la confusione. Nelle tradizioni del Sanatana Dharma, il samadhi non è una perdita di coscienza, bensì la sua massima concentrazione. Le diverse scuole descrivono in modi differenti il cammino verso questo stato, ma concordano su un punto: si tratta del risveglio al suo grado più elevato.

Etimologia e significato

Samadhi (sanscr. समाधि, samādhi) deriva dal verbo sam-ā-dhā (सम्-आ-धा).

Analisi della parola: sam- (सम्) — «insieme», «completamente», «perfettamente». ā- (आ) — prefisso con il significato di «verso», «all’interno», «completamente». √dhā (धा) — radice verbale che significa «porre», «collocare», «stabilire», «affermare». Letteralmente sam-ā-dhā significa: «raccogliere completamente insieme», «unire in un tutt’uno», «stabilire nell’integrità», «consolidare saldamente».

Da qui il sostantivo samādhi assume i significati di: raccoglimento, unione, ricomposizione in un tutt’uno, concentrazione completa, stabilità. 

La libertà da tutte le vritti, la libertà dalla mente e dall’intelletto, la libertà dalla disgregazione, la libertà da ogni cambiamento: questo è lo stato di samadhi.

Swami Vishnudevananda Giri

Le vritti (vṛtti) sono le onde, le oscillazioni della mente: pensieri, desideri, reazioni. Quando si placano e, insieme a esse, svanisce anche la consueta separazione tra l’osservatore e ciò che viene osservato, sopraggiunge il samadhi. Alla domanda di un discepolo «che cos’è la perfezione?», in una delle lezioni fu data una risposta estremamente concisa: «È il samadhi».

È facile confondere il samadhi con la trance: esteriormente talvolta si assomigliano — il corpo è immobile, il respiro è quasi impercettibile, la reazione agli stimoli è minima. Ma nella trance ipnotica o nel sonno la coscienza si restringe e perde lucidità, mentre nel samadhi si acuisce. Il praticante non si estranea dalla realtà, ma smette di vederla frammentata. La definizione classica della tradizione aggiunge anche l’aspetto fisiologico: una posizione stabile della colonna vertebrale e il graduale arresto del respiro accompagnano questo stato, ma di per sé non lo costituiscono — sono soltanto manifestazioni esteriori di un cambiamento interiore.

In senso yogico, l’etimologia riflette con grande precisione il significato del termine: il samadhi è lo stato in cui la mente è completamente raccolta, unificata e stabilmente fissata sull’oggetto o nella propria natura

Savikalpa e nirvikalpa samadhi

La tradizione dello jnana yoga, seguendo Shri Adi Shankaracharya e il suo testo «Drik-drishya-viveka», suddivide il samadhi in diversi livelli. Nel savikalpa samadhi (savikalpa) permane ancora una sottile dualità: vi sono colui che sperimenta e ciò che viene sperimentato, anche se l’oggetto è il Dio senza forma. Nel nirvikalpa samadhi (nirvikalpa) questa distinzione scompare completamente: non vi sono né un percettore nel senso abituale né qualcosa di percepito, ma soltanto l’indivisibile coscienza pura.

Una risposta significativa è stata tramandata in una delle lezioni: un discepolo chiede quale sia la differenza fondamentale tra i due stati. La risposta fu estremamente concisa:

Il nirvikalpa samadhi è il nirvana, il savikalpa no.

L’ulteriore classificazione della tradizione distingue sei varianti: tre interiori e tre esteriori, ciascuna con il proprio sostegno — la contemplazione, il suono sacro o la completa assenza di pensieri. Un principiante non deve necessariamente memorizzarle tutte e sei: è importante cogliere il principio — quanto più sottile è il sostegno, tanto più lo stato si avvicina alla completa dissoluzione della dualità. Il savikalpa e il nirvikalpa durano finché la concentrazione si mantiene: non appena la mente riprende a funzionare, l’esperienza termina. 

Sahaja samadhi — permanenza ininterrotta nello stato naturale

La tradizione del laya yoga indica uno stato di ordine diverso: il sahaja samadhi (sahaja-samādhi), naturale e ininterrotto. Non dipende dalla posizione seduta né dall’arresto del respiro e si mantiene durante le attività ordinarie: parlare, muoversi, occuparsi delle incombenze quotidiane. Vi è un noto esempio tratto dalla pratica: dall’esterno può sembrare che una persona stia semplicemente sdraiata senza fare nulla, mentre in realtà si tratta di una forma stabile di samadhi, che non ha bisogno di segni esteriori di estasi per essere autentica.

È proprio il sahaja samadhi che la tradizione definisce il vero obiettivo, mentre considera il savikalpa e il nirvikalpa come stadi preparatori.

Il samadhi nel sistema degli otto stadi

Nel più ampio contesto del Sanatana Dharma, il samadhi è lo stadio conclusivo di un cammino integrale. Ne parlano anche i testi sacri:

Bisogna sapere che gli sforzi per la realizzazione yogica vengono compiuti dagli yogi in otto stadi: yama, niyama, asana, pranayama, pratyahara, dharana, dhyana e samadhi

«Suprabheda Agama»

L’autodisciplina, una postura stabile, il lavoro con il respiro, il distacco dei sensi dagli oggetti esterni, la concentrazione e la contemplazione conducono gradualmente il praticante all’ultimo stadio, il samadhi, in cui lo sforzo cede il posto alla naturale permanenza nella vera natura della coscienza.

Il significato pratico per il principiante

A questo proposito è bene essere onesti: il samadhi non si raggiunge dopo una sola meditazione riuscita, e promettere il contrario sarebbe disonesto. Tradizionalmente, è preceduto da anni di contemplazione e di autoindagine sotto la guida di un maestro capace di distinguere l’esperienza autentica da quella immaginaria. La direzione da seguire è comunque chiara: sviluppare la consapevolezza, disidentificarsi dal flusso dei pensieri e praticare regolarmente il dhyana. Il samadhi non viene concesso come ricompensa per l’impegno: giunge da sé quando la mente smette di aggrapparsi alle proprie fluttuazioni.

Concetti correlati

Il tema è strettamente intrecciato con il dhyana, inteso come pratica meditativa che conduce al samadhi; con l’atma-vichara, il metodo di autoindagine che nella tradizione dello jnana yoga è considerato la via diretta al nirvikalpa samadhi; e con il sat-chit-ananda, l’esperienza dell’essere, della coscienza e della beatitudine con cui viene descritto il contenuto interiore di questo stato.

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