Idam (sanscr. इदम्, idam) — «Questo», il polo dell'oggettività nell'esperienza non duale, connesso ad Aham. Nel sistema Trika è proprio la polarità «Io — Questo» a spiegare il dispiegamento dell'universo e l'atto stesso della conoscenza come relazione tra il conoscente, il conoscibile e i mezzi di conoscenza.
Etimologia
Il termine deriva dal pronome dimostrativo sanscrito idam, «questo; dato, presente». Nell'uso filosofico si distinguono idantā — «questità, oggettività» e ahantā — «ioità, soggettività». Questa coppia costituisce il fondamento di ogni scena dell'esperienza vissuta: «ciò che è dato come questo» e «colui che conosce come io».
Significato filosofico
Idam e la coscienza:
Ogni «Questo» non è una cosa esterna in sé, bensì una forma di manifestazione della coscienza. Nel linguaggio della tradizione si parla della luce della consapevolezza, Prakāśa (prakāśa), e del suo autoriconoscimento, Vimarśa (vimarśa). Idam è interpretato come una forma di manifestazione della coscienza nella quale ciò che viene percepito si presenta come oggetto, pur conservando l'unità non duale. Gli oggetti sorgono come «questa cosa» o «quell'oggetto» perché originariamente dimorano all'interno della coscienza come sue forme proprie.
Śakti agisce come forza polarizzante che, come spiega Kṣemarāja nel Pratyabhijñā-hṛdayam, «polarizza la Coscienza in Aham e Idam — soggetto e oggetto», pur rimanendo inseparabile da Śiva. La formula classica «Io vedo questa brocca» dimostra l'inseparabilità della conoscenza dal soggetto; l'oggettività non possiede un'esistenza autonoma al di fuori della luminosità della coscienza.
Idam nel sistema dei tattva
Idam, come polo dell'oggettività, compare soltanto a partire dal terzo tattva. I primi due tattva rappresentano stati di pura soggettività:
Śiva-tattva — l'«Io» (aham) assolutamente puro, privo di qualsiasi contenuto oggettivo. La coscienza permane in uno stato di autoluminosità priva di oggetto, che Kṣemarāja chiama «Anāśrita-Śiva» — Śiva che non si appoggia a nulla di esterno.
Śakti-tattva — l'aspetto dinamico della coscienza come «Io sono» (aham asmi), la pulsazione interiore dell'autoconsapevolezza senza polarizzazione in soggetto e oggetto.
La polarizzazione in Aham e idam comincia soltanto con il Sadāśiva-tattva, dove sorge per la prima volta l'intenzione creatrice e appare l'esperienza della «questità». Successivamente, idam si manifesta con crescente chiarezza:
Nel Sadāśiva-tattva domina il lato soggettivo: l'esperienza è formulata come «Io sono questo» (aham idam asmi), dove la «questità» rimane indistinta.
Nell'Īśvara-tattva idam diventa distinto: l'esperienza si trasforma in «Questo sono Io» (idam aham asmi), dove il lato oggettivo passa in primo piano.
Nello Śuddha-vidyā-tattva si raggiunge l'equilibrio tra aham e idam, simile a «due piatti di una bilancia perfettamente regolata». È il livello della differenza-nell'unità (bhedābheda-vimarśana).
Idam e Spanda
Nell'insegnamento sulla vibrazione, la transizione reciproca «Io → Questo» e «Questo → Io» è intesa come Unmeṣa/Nimeṣa (unmeṣa / nimeṣa) — il duplice aspetto della pulsazione della coscienza. Il riassorbimento del mondo in quanto idam è l'elevazione della coscienza dell'Io, e viceversa: la manifestazione di idam è la fase di attenuazione del predominio di aham nell'ambito dell'unica spanda.
Idam e la realtà dei fenomeni
Nella tradizione dello śivaismo del Kashmir, le manifestazioni sono considerate ābhāsa — reali lampi creativi nella coscienza di Paramaśiva (paramaśiva). Il mondo non si separa dalla coscienza e non ne distrugge l'unità: «tutto questo» è il gioco della luce di un unico soggetto.
Idam e Pratyabhijñā
La Pratyabhijñā insegna a riconoscere l'identità del soggetto e di tutte le forme visibili. Ciò che viene chiamato «questo» è originariamente «contenuto» nell'Io e può quindi essere manifestato. Come spiega Kṣemarāja:
«L'universo si dispiega sullo schermo stesso della coscienza; la molteplicità nasce dalla correlazione tra grāhaka e grāhya (il conoscente e il conosciuto)».
Questo è il fondamento di idam come «esperienza oggettuale», inseparabile dal soggetto e generata dalla sua libertà creatrice. Il riconoscimento dissolve la fissazione sull'oggetto senza negarne il valore.
Applicazione pratica
Osservazione del momento della percezione — fissare il lampo dell’«esser-Questo» e osservare come esso sorga nella luce del soggetto.
Dhāraṇā sulla formula «Io — Questo». Contemplare in successione le tre fasi dell’esperienza: «Io sono questo» (Sadāśiva), «Questo sono Io» (Īśvara), l’equilibrio: «Io sono Io, Questo è Questo» (Śuddha-vidyā).
Intervallo tra i pensieri (unmeṣa/nimeṣa). Cogliere l’intervallo tra la scomparsa di un pensiero e l’arrivo di un altro come un lampo di autoconsapevolezza (unmeṣa), in cui idam non è ancora fissato da una parola o da un’immagine.
Nimīlana-samādhi (nimīlana-samādhi). Meditazione introversiva in cui l’oggettività esterna si riassorbe nella fonte; contemplazione come «ripiegamento dello sguardo».
Nei testi
Pratyabhijñā-hṛdaya: la polarizzazione in Aham e Idam come modo di dispiegare la molteplicità sullo «schermo» della coscienza.
Īśvara-pratyabhijñā-kārikā: «tutto questo» è manifestato dalla forza della volontà, poiché dimora originariamente nell’Io.
Spanda-kārikā, Spanda-vṛtti, Spanda-nirṇaya: la pulsazione come transizione reciproca tra «Io» e «Questo».
Tantra-sāra e l’esposizione tradizionale dei tre tattva puri: lo schema «Io — Questo» ai livelli di Sadāśiva, Īśvara e Śuddha-vidyā.
Vijñāna-bhairava-tantra: metodi di riconoscimento che rimuovono la fissazione sull’oggettività e ne rivelano la fonte.
Vedi anche:
Ābhāsa
Ahantā
Idantā
Kula
Māyā
Kriyā-śakti
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Trika
Spanda


