Paramaśiva (Paramaśiva) è la realtà suprema e assoluta e il fondamento metafisico ultimo nella filosofia dello Shivaismo del Kashmir, l’aspetto trascendente e al contempo immanente della coscienza divina, che è sia unità indifferenziata (akhanda) sia fonte di tutte le manifestazioni e forme dell’universo.
Etimologia
Il termine «Paramaśiva» (Paramaśiva) è composto da due parole sanscrite: «parama» (parama), che significa «supremo», «ultimo», «trascendente», e «śiva» (śiva), che significa «benevolo», «misericordioso». Pertanto, il significato letterale può essere reso come «Śiva Supremo» o «Realtà benevola ultima». Dal punto di vista linguistico, la radice «śiv» (śiv) risale alla tradizione vedica ed è associata al principio della benedizione e del sommo bene.
Significato filosofico
Il concetto di Paramaśiva è la pietra angolare della metafisica del Trika e dell’intero Shivaismo del Kashmir, rappresentando la categoria filosofica più elevata e il fondamento ontologico ultimo della realtà. A differenza di Śiva inteso come divinità del pantheon induista, nello Shivaismo del Kashmir Paramaśiva rappresenta il principio assoluto che trascende qualsiasi attributo e definizione, essendo al contempo nirguṇa (privo di qualità) e saguṇa (dotato di qualità).
Abhinavagupta, nella sua monumentale opera «Tantrāloka», descrive Paramaśiva come la realtà ultima, che è al contempo trascendente (viśvottīrṇa) e immanente (viśvamaya) rispetto al mondo fenomenico. Questa duplice natura si riflette nei due aspetti fondamentali di Paramaśiva: Prakāśa, la luce autorisplendente della coscienza, e Vimarśa, il potere autoriflessivo dell’autoconsapevolezza. Paramaśiva è dunque l’unità di quiete e attività, essere e divenire, trascendenza e immanenza.
Nel sistema del Pratyabhijñā, elaborato da Utpaladeva e dal suo discepolo Abhinavagupta, Paramaśiva è presentato come l’«Io» assoluto (aham), che attraverso l’atto del riconoscimento di sé (pratyabhijñā) si rivela come l’unica realtà di tutti i fenomeni manifesti. Nello Spanda-śāstra, invece, Paramaśiva è descritto come la vibrazione o pulsazione originaria (spanda) che, senza mai abbandonare la propria natura essenziale, si manifesta come molteplicità dell’universo.
È particolarmente importante comprendere Paramaśiva attraverso il prisma del concetto di Svātantrya, la libertà assoluta. Secondo lo Shivaismo del Kashmir, Paramaśiva possiede piena libertà nel manifestare e nell’occultare la propria natura. Questa libertà si realizza attraverso cinque energie o atti fondamentali (pañcakṛtya): creazione (sṛṣṭi), mantenimento (sthiti), dissoluzione (saṃhāra), occultamento (tirodhāna) e rivelazione o grazia (anugraha).
A livello cosmologico, Paramaśiva rappresenta il primo e il più elevato dei 36 tattva (principi ontologici) nel sistema del Trika, essendo la fonte e la sostanza di tutti i tattva successivi e dell’intero cosmo manifesto. È importante notare che, sebbene nella descrizione cosmologica Paramaśiva sia indicato come il primo tattva, in senso assoluto trascende l’intero sistema dei tattva, costituendone piuttosto il presupposto e il fondamento.
Kṣemarāja, nella sua opera «Pratyabhijñāhṛdayam», formula questo concetto mediante l’aforisma: «Citta eva citaḥ padāt saṃkocinī» — «La coscienza individuale non è altro che una contrazione della coscienza universale (Paramaśiva)». Pertanto, ogni coscienza limitata è considerata soltanto una forma contratta della coscienza onnicomprensiva di Paramaśiva.
Lo sviluppo storico del concetto di Paramaśiva può essere seguito dai primi testi tantrici fino ai trattati filosofici sistematici dello Shivaismo del Kashmir. Vasugupta, negli Śivasūtra, menziona sinteticamente la realtà suprema con l’espressione «caitanyam ātmā» («la coscienza è l’Ātman»), concetto che in seguito fu sviluppato nelle più complesse costruzioni metafisiche di Somānanda e Utpaladeva e raggiunse il suo culmine nelle opere sintetiche di Abhinavagupta, in particolare nel suo Tantrāloka.
Rispetto ad altri sistemi filosofici indiani, il concetto di Paramaśiva nello Shivaismo del Kashmir presenta strette analogie con il concetto di Brahman nell’[[Advaita Vedānta|Advaita Vedānta]], ma con una differenza sostanziale: mentre nell’Advaita il Brahman è inteso prevalentemente come coscienza statica e immutabile (prakāśa), nello Shivaismo del Kashmir Paramaśiva è dotato dell’aspetto dinamico dell’autoconsapevolezza (vimarśa), il che lo rende al contempo soggetto, oggetto e processo della conoscenza.
Applicazione pratica
La comprensione di Paramaśiva riveste un’importanza fondamentale per la pratica spirituale dello shivaismo del Kashmir. A differenza di molte altre tradizioni spirituali, nelle quali l’assoluto è considerato qualcosa di lontano e raggiungibile soltanto dopo una lunga pratica, lo shivaismo del Kashmir afferma che Paramaśiva è già la nostra vera natura, che deve soltanto essere riconosciuta attraverso il processo di [[Pratyabhijñā|riconoscimento]] (pratyabhijñā).
Sul piano pratico, ciò si realizza attraverso tre metodi principali, o upāya:
Śāmbhavopāya — il metodo supremo, legato alla realizzazione diretta dell’unità con Paramaśiva attraverso la pura intenzione o volontà (icchā). Questo metodo non richiede il sostegno di oggetti esterni di meditazione o di esercizi respiratori, ma presuppone un’immersione diretta nella coscienza assoluta. Nella “Vijñāna-bhairava-tantra” sono descritte numerose tecniche di questo riconoscimento diretto.
Śāktopāya — la via intermedia, nella quale il praticante utilizza varie forme di conoscenza e contemplazione (jñāna) per raggiungere lo stato di unità con Paramaśiva. Vi rientrano le meditazioni sugli stati paradossali, sulle transizioni tra le diverse fasi della coscienza e simili.
Āṇavopāya — il metodo inferiore, che comprende il lavoro con la respirazione, la visualizzazione, i mantra, le posture yogiche (āsana) e la concentrazione su varie parti del corpo, in particolare sui centri energetici o chakra.
Esiste anche un quarto non-metodo: Anupāya, ovvero l’“assenza di metodo”, che consiste nel riconoscimento spontaneo della propria vera natura come Paramaśiva, senza alcuna pratica formale né sforzo.
Nei testi
Il concetto di Paramaśiva è elaborato dettagliatamente in molti testi fondamentali dello shivaismo del Kashmir:
Śiva-sūtra: sebbene il termine “Paramaśiva” non venga usato esplicitamente, il primo sūtra, “Caitanyam ātmā” (La coscienza è l’Ātman), indica la realtà suprema.
Spanda-kārikā: il testo descrive Paramaśiva come vibrazione o pulsazione (spanda) che, senza mai perdere la propria integrità, si manifesta come universo.
Īśvara-pratyabhijñā-kārikā di Utpaladeva: qui viene sviluppata la giustificazione filosofica di Paramaśiva come soggetto assoluto che, attraverso l’atto di autoriconoscimento, manifesta l’intero universo.
Pratyabhijñā-hṛdayam di Kṣemarāja: il testo inizia descrivendo Paramaśiva come coscienza universale che, attraverso la propria libera volontà (svātantrya), si manifesta nella molteplicità delle forme.
Tantrāloka di Abhinavagupta: questa monumentale opera contiene l’esposizione più sistematica e profonda della natura di Paramaśiva, dei suoi aspetti e del suo dispiegamento cosmologico.
Vijñāna-bhairava-tantra: il testo descrive 112 tecniche di meditazione, molte delle quali mirano alla realizzazione diretta dell’unità con Paramaśiva.
Paramārthasāra|Paramārthasāra: in questo testo, la cui paternità è attribuita ad Abhinavagupta, Paramaśiva è descritto come l’unica realtà che si manifesta attraverso il gioco delle proprie energie.
Netra-tantra: un antico testo tantrico che tratta anch’esso della natura della realtà suprema.
Vedi anche
Prakāśa
Vimarśa
Svātantrya
Anuttara
Tattva (Tattvas)
Śiva-Śakti
Pūrṇatva
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