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20.08.2026
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Manas

Manas (sanscr. manas) è l’aspetto percettivo e riflessivo dello strumento interiore che collega gli organi di senso alla buddhi (l’intelletto discriminante). Il manas raccoglie le impressioni sensoriali, forma rappresentazioni, genera intenzioni e oscilla tra diverse decisioni.

La parola manas deriva dalla radice sanscrita man, «pensare», «riflettere», «immaginare». Dalla stessa radice derivano i termini manana (riflessione) e mantra (mantra). Manas significa letteralmente «ciò per mezzo del quale si pensa». La parola italiana «mente» ne esprime solo una parte del significato, poiché il manas comprende anche l’attenzione, l’immaginazione, il dubbio e l’elaborazione primaria della percezione.

La funzione della mente interiore

Nel Vedanta, il manas fa parte dell’antahkarana (lo strumento interiore), insieme alla buddhi, all’ahamkara (il senso dell’«io») e alla chitta (la memoria e il deposito delle impressioni). Questi nomi non designano quattro organi autonomi, bensì diverse funzioni del corpo sottile. Il manas riceve e confronta le impressioni, la buddhi determina e decide, l’ahamkara attribuisce l’esperienza alla persona, mentre la chitta la conserva sotto forma di samskara (impronte).

Il manas è chiamato anche undicesima indriya, poiché coordina le cinque jnanendriya (facoltà di percezione) e le cinque karmendriya (facoltà d’azione). L’occhio può entrare in contatto con una forma e l’orecchio con un suono, ma senza l’attenzione del manas non sorge alcuna percezione cosciente. Esso unisce le singole sensazioni in un’immagine unitaria e la trasmette alla buddhi affinché venga riconosciuta.

Nel sistema Samkhya, il manas nasce dall’aspetto sattvico dell’ahamkara insieme alle indriya. La sua attività caratteristica è chiamata sankalpa-vikalpa: la formulazione di un’intenzione e l’oscillazione tra diverse possibilità. Il manas si chiede: «questo o quello?», mentre la buddhi giunge a una decisione definita. Perciò il manas è mobile, ricettivo e assume facilmente la colorazione del rajas (eccitazione) o del tamas (inerzia).

Il manas nella sadhana

Il manas non purificato segue il raga (attrazione), il dvesha (avversione) e le vasana (tendenze latenti). Sposta l’attenzione da un oggetto all’altro, crea vikalpa (costruzioni mentali) e mantiene l’identificazione con il corpo e con le esperienze. Il manas, di per sé, non possiede coscienza. Come la luna che riflette la luce del sole, sembra cosciente grazie alla luce dell’Atman.

La sadhana non distrugge la capacità pratica della mente. L’abhyasa (pratica costante), il vairagya (distacco), il japa, il pratyahara (ritiro dei sensi) e il dhyana (meditazione) rendono il manas stabile e trasparente. Quando le sue oscillazioni si placano, la buddhi distingue senza distorsioni l’Atman dal non-Atman e gli organi di senso cessano di trascinare la coscienza verso l’esterno.

Gli induisti sanno che la mente può legare e liberare. Rivolta agli oggetti sensoriali, rafforza il samsara; indirizzata verso l’autoindagine e il Brahman, diventa uno strumento di conoscenza. La liberazione non sopraggiunge quando il manas si proclama Atman, ma quando i suoi movimenti vengono visti come fenomeni mutevoli nella coscienza immutabile.

«Il manas è la mente concettuale di cui ci serviamo nella vita quotidiana. Per esempio, quando pensate o comunicate, utilizzate la mente concettuale, il manas. È la mente sensoriale e logica».

— Guru, conferenza «La struttura della mente: l’insegnamento sull’Antahkarana-panchaka», 29 settembre 2009

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