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Dharana: l'arte della concentrazione e il sesto stadio dello yoga di Patanjali

27.02.2026
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Dharana: l'arte della concentrazione e il sesto stadio dello yoga di Patanjali

Come si coltiva la volontà illimitata? Attraverso la profonda concentrazione. Il Maestro guida personalmente l'allievo, insegnandogli la concentrazione.

— Il Codice del Maestro

1. Definizione ed etimologia

Dharana (sanscr. धारणा) è il sesto stadio dello yoga in otto parti (Ashtanga Yoga), esposto dal saggio Patanjali negli Yoga Sutra (ca. II sec. a.C. – IV sec. d.C.). Il termine deriva dalla radice sanscrita dhṛ (धृ) — "tenere", "portare", "sostenere", "trattenere" — e significa "mantenimento", "fermezza", "incrollabilità", "concentrazione della mente".

Nel contesto della pratica yogica, la dharana è definita come l'orientamento e il mantenimento dell'attenzione della mente su un oggetto o punto specifico, dopo aver ottenuto il distacco dei sensi dagli oggetti esterni (pratyahara). È il primo dei tre rami interni dello yoga (antaranga), che insieme alla meditazione (dhyana) e all'assorbimento (samadhi) formano l'unica pratica di controllo totale: samyama.

2. Definizione classica negli Yoga Sutra

Nel terzo capitolo degli Yoga Sutra (Vibhūti Pada), dedicato alle facoltà sovrumane, il saggio Patanjali fornisce una definizione precisa della concentrazione:

देशबन्धश्चित्तस्य धारणा ॥३.१॥

Deśa-bandhaś cittasya dhāraṇā

"La concentrazione è la fissazione della coscienza su un determinato luogo"

— Yoga Sutra, III.1

Analisi dei termini del sutra:

Deśa* (देश) — "luogo", "punto", "area", "spazio" Bandha* (बन्ध) — "legame", "fissazione", "mantenimento" Cittasya (चित्तस्य) — "della mente", "della coscienza" (genitivo di citta*) Dhāraṇā* (धारणा) — "concentrazione", "ritenzione"

Secondo il commento Yogabhashya (attribuito al leggendario saggio Vyasa, ma forse composto dallo stesso Patanjali intorno al 400 d.C.), gli oggetti di concentrazione possono essere: il centro ombelicale (nabhi-cakra), il centro del cuore (hṛdaya), lo spazio tra le sopracciglia (bhrū-madhya), la punta del naso o qualsiasi oggetto esterno.

3. Il posto della dharana nel sistema Ashtanga Yoga

Lo yoga in otto parti di Patanjali è un sistema sequenziale di disciplina spirituale, dove ogni stadio prepara al successivo:

Membri esterni (bahiranga):

  1. Yama — astinenze (non violenza, veridicità, non rubare, continenza, non possessività)
  2. Niyama — osservanze (purezza, appagamento, ascesi, studio di sé, devozione a Dio)
  3. Asana — postura stabile e confortevole
  4. Pranayama — controllo del respiro e del prana
  5. Pratyahara — distacco dei sensi dagli oggetti

Membri interni (antaranga):

  1. Dharana — concentrazione della mente su un oggetto
  2. Dhyana — flusso ininterrotto di attenzione
  3. Samadhi — assorbimento totale, unità con l'oggetto

Questi ultimi tre stadi, praticati congiuntamente, formano il samyama — il controllo totale della coscienza. Negli Yoga Sutra (III.4) è detto:

त्रयमेकत्र संयमः

> "I tre [insieme] costituiscono il samyama"

La padronanza del samyama apre le porte alla conoscenza superiore (prajñā) e ai poteri sovrumani (siddhi).

4. Differenza tra dharana, dhyana e samadhi

Il grande commentatore Vachaspati Mishra (IX sec. d.C.) e Adi Shankaracharya (788–820 d.C.) chiariscono la sottile differenza tra i tre rami interni dello yoga:

4.1. Dharana — fissazione

A livello di concentrazione, la mente è diretta verso l'oggetto, ma il mantenimento è interrotto dalle distrazioni. Il paragone classico è quello dell'acqua che gocciola da un rubinetto: tra le gocce (momenti di fissazione) ci sono spazi (distrazioni). Il praticante nota la distrazione e riporta la mente all'oggetto.

4.2. Dhyana — flusso continuo

Gli Yoga Sutra (III.2) definiscono:

तत्र प्रत्ययैकतानता ध्यानम्

> "In quel [luogo], il flusso ininterrotto della cognizione è meditazione"

La meditazione avviene quando le gocce si fondono in un unico flusso. La mente non è più distratta, l'attenzione scorre come un filo d'olio versato da un recipiente.

4.3. Samadhi — unità

Gli Yoga Sutra (III.3) recitano:

तदेवार्थमात्रनिर्भासं स्वरूपशून्यमिव समाधिः

> "Quando risplende solo l'oggetto [della coscienza], come se fosse privo della propria forma, quello è samadhi"

Nel samadhi scompare la distinzione tra colui che medita, il processo della meditazione e l'oggetto. Rimane solo la pura consapevolezza dell'oggetto, senza l'interferenza della percezione soggettiva.

5. Tipi di concentrazione

Nei testi tradizionali e negli insegnamenti dei maestri, si distinguono tre tipi principali di concentrazione in base al grado di sottigliezza dell'oggetto:

5.1. Sthula-dharana (concentrazione grossolana)

Sthula-dharana è la concentrazione su oggetti fisici e materiali percepiti dagli organi di senso:

Un punto (bindu*) su un foglio di carta La fiamma di una candela (trataka*)

  • L'immagine di un simbolo sacro

L'immagine esterna di una divinità (mūrti*)

Istruzioni pratiche per la sthula-dharana:

  • Assumere la postura delle cinque qualità: gambe incrociate, mani con i palmi rivolti verso l'alto, schiena dritta, mento leggermente rientrato, occhi aperti.
  • Non battere le palpebre durante la pratica.
  • Non impedire la lacrimazione naturale: questo pulisce gli occhi e approfondisce la concentrazione.
  • Focalizzarsi sull'oggetto con una precisione tale come se si stesse infilando un filo nella cruna di un ago.
  • Mantenere l'attenzione sull'oggetto senza seguire i pensieri sul passato, presente o futuro.

Si raccomanda di usare un foglio con un punto, posto a una distanza di 45 cm all'altezza del naso. Si inizia con 5–10 minuti, aumentando gradualmente di 1 minuto al giorno fino a un'ora di pratica.

5.2. Sukshma-dharana (concentrazione sottile)

Sukshma-dharana è la concentrazione su oggetti sottili e visualizzati:

La sillaba Om* (ॐ) visualizzata La sillaba seme di una divinità prescelta (bīja-mantra*) L'immagine completa di una divinità (iṣṭa-devatā*) I centri energetici (cakra*) I punti nel corpo sottile (marma*)

Metodologia della concentrazione sottile:

  • Osservare attentamente l'oggetto della concentrazione (simbolo o immagine della divinità).
  • Chiudere gli occhi e visualizzare l'immagine a livello dello spazio tra le sopracciglia.
  • Immaginare l'immagine dorata e vuota all'interno.
  • In caso di agitazione mentale, abbassare l'immagine; in caso di sonnolenza, alzarla.
  • Iniziare dai tratti generali, poi passare ai dettagli: colori, linee, ornamenti.
  • Non manipolare l'immagine; i cambiamenti che sorgono spontaneamente vengono accettati.

5.3. Shunyata-dharana (concentrazione nel vuoto)

Shūnyatā-dhāraṇā o jyotir-dhāraṇā (concentrazione luminosa) è la concentrazione su oggetti senza forma:

  • L'assenza di pensiero (l'intervallo tra i pensieri)
  • Lo spazio interiore della coscienza
  • La pura luce della consapevolezza

Lo spazio davanti agli occhi chiusi (cidākāśa*)

Questo tipo superiore di concentrazione richiede la padronanza preventiva della dharana grossolana e sottile e conduce direttamente all'esperienza di dhyana e samadhi.

6. La concentrazione come base della contemplazione

Nel sistema del Laya Yoga e negli insegnamenti dei Siddha, la concentrazione è considerata la base necessaria per lo sviluppo della presenza contemplativa (sahaja-sthiti). L'insegnamento sottolinea che senza la padronanza della concentrazione è impossibile rivelare la consapevolezza profonda.

Il cammino spirituale è descritto come uno spostamento sequenziale dell'attenzione dalla periferia al centro:

  • Oggetti esterni — la periferia estrema della coscienza

Organi di percezione (jñānendriya*) — secondo livello della periferia Mente concettuale (manas*) — pensiero duale "mi piace/non mi piace" Coscienza intuitiva (buddhi*) — consapevolezza profonda Vero Sé (Atman*) — il centro, la Coscienza suprema

Sequenza classica di sviluppo:

  1. Concentrazione — focalizzazione acuta su un oggetto immobile.
  2. Rilassamento — passaggio dal mantenimento teso alla presenza rilassata.
  3. Consapevolezza in movimento — mantenimento della consapevolezza al sorgere dei pensieri.
  4. Mantenimento continuo — integrazione della contemplazione con le attività quotidiane.

7. Tre stadi di approfondimento della contemplazione

7.1. Calma (shamatha)

Il primo stadio si raggiunge attraverso la concentrazione su un oggetto immobile. Quando la mente si fissa sul punto o sulla sillaba Om, sorge l'esperienza della calma: la mente diventa come un oceano pacifico.

Tre fasi della pacificazione della mente:

  • Fase iniziale: la mente è come un fiume di montagna o una cascata — i pensieri sono ancora più agitati del solito.
  • Fase intermedia: la mente è come un grande fiume di pianura — lo stato di calma diventa stabile.
  • Fase finale: la mente è come un oceano pacifico — calma profonda con leggere onde in superficie.

7.2. Osservazione del movimento

Il secondo stadio consiste nel mantenere la consapevolezza al sorgere dei pensieri. Il praticante osserva i pensieri come "pesci che saltano fuori dal lago", senza identificarsi con essi e lasciandoli dissolvere nel vuoto originario.

Paragone classico: il pensiero è l'onda, la consapevolezza profonda è l'oceano. Le onde non possono cessare, ma in profondità l'oceano è sempre calmo.

7.3. Unione con il movimento

Il terzo stadio è la completa integrazione, dove movimento e calma acquisiscono un "unico sapore" (ekarasa). Il praticante non si limita a osservare i pensieri, ma dimora nel movimento stesso dell'energia, rimanendo nella presenza contemplativa.

8. Livelli di assorbimento meditativo (dhyana)

Il testo classico Visuddhimagga ("Il sentiero della purificazione") descrive dettagliatamente i livelli sequenziali di assorbimento meditativo raggiunti attraverso lo sviluppo della concentrazione:

8.1. Concentrazione di accesso

Il primo traguardo — quando le distrazioni esterne e le onde dei pensieri smettono di disturbare il focus dell'attenzione. La mente oscilla ancora tra l'oggetto della meditazione e i pensieri, ma prevale l'unidirezionalità.

Segni della concentrazione di accesso:

  • Forti sensazioni di estasi e felicità.
  • Sensazione di leggerezza, come se il corpo fluttuasse nell'aria.
  • Immagini luminose o lampi di luce intensa.
  • Imperturbabilità rispetto agli stimoli esterni.

8.2. Primo dhyana

Con la fissazione prolungata della mente sull'oggetto, arriva il momento in cui la coscienza superficiale viene superata. La mente "si immerge" nell'oggetto e vi rimane immobile.

  • I pensieri disturbanti scompaiono completamente.
  • Non ci sono percezioni sensoriali né consapevolezza del corpo.
  • Il dolore fisico non viene percepito.
  • Prevalgono estasi, beatitudine e unidirezionalità.

8.3. Secondo dhyana

La mente si libera da tutti i pensieri verbali, persino dai pensieri sull'oggetto della meditazione. Rimane solo l'immagine riflessa dell'oggetto come focus dell'unidirezionalità. La concentrazione diventa più sottile e stabile.

8.4. Terzo dhyana

Sorge un'imperturbabilità anche verso l'estasi più alta. La beatitudine pervade il praticante e si diffonde in tutto il corpo. Senza questa imperturbabilità, la mente verrebbe respinta verso l'estasi.

8.5. Quarto dhyana

Cessazione completa della beatitudine e del piacere corporeo. Non c'è alcuna sensazione, né alcun pensiero. Unidirezionalità e imperturbabilità raggiungono la piena forza. Il respiro diventa così sottile che il praticante non ne percepisce il movimento.

8.6. Dhyana senza forma (5–8)

I livelli superiori di assorbimento trascendono ogni forma:

  • Quinto dhyana — la sfera dello Spazio Infinito.
  • Sesto dhyana — la sfera della Coscienza Infinita.
  • Settimo dhyana — la sfera del Nulla (Vuoto).
  • Ottavo dhyana — la sfera di "né percezione né non-percezione".

Nell'ottavo dhyāna rimangono solo processi mentali residui — è uno stato che sfiora i limiti ultimi della percezione. Come dicono i maestri: "Uno stato così sottile che non si può dire se esista o meno".

9. Autoliberazione delle tre porte

Lo scopo ultimo della pratica di concentrazione e contemplazione è il raggiungimento dell'autoliberazione delle tre porte (corpo, parola e mente) nei tre tipi di azioni (positive, neutre e negative).

Pratica di autoliberazione dei pensieri:

  1. Seduti in contemplazione, raggiungere lo stato di calma.
  2. Permettersi di formulare pensieri positivi, osservando come si dissolvono nella calma.
  3. Poi formulare pensieri ordinari, osservando anch'essi autoliberarsi.
  4. Infine, evocare con cautela un pensiero negativo, rimanendo nella consapevolezza, e lasciarlo tornare nel vuoto.

Una pratica analoga viene eseguita con la parola (mantra, parole comuni, suoni inarticolati) e con le azioni del corpo. Quando tutti e tre i livelli sono autoliberati, si dice che il praticante è "autoliberato dalla testa ai piedi".

10. Ostacoli e loro superamento

Sul cammino della concentrazione, il praticante affronta i cinque ostacoli classici (pañca-nīvaraṇa):

  1. Kāmacchanda — desiderio sensoriale.
  2. Vyāpāda — malevolenza, rabbia.
  3. Styāna-middha — pigrizia e sonnolenza.
  4. Uddhacca-kukkucca — agitazione e preoccupazione.
  5. Vicikicchā — dubbio.

Metodi di superamento:

  • Agitazione: rilassare il corpo, controllare l'assenza di tensioni nel viso e nell'addome, eseguire una respirazione profonda.
  • Sonnolenza: intensificare la focalizzazione, alzare lo sguardo, visualizzare una luce intensa.
  • Lentezza: meditare sulla gioia e sulla beatitudine della pratica.
  • Dubbio: studiare i testi, rivolgersi al maestro, rafforzare la fede.

11. Raccomandazioni pratiche

11.1. Preparazione alla pratica

Secondo il Visuddhimagga e gli insegnamenti dei maestri, la preparazione alla pratica intensiva di concentrazione include:

  • Purificazione (Vinaya): l'osservanza dei precetti etici è la base per la pacificazione della mente.
  • Non dimenticanza: pratica di consapevolezza costante nella vita quotidiana.
  • Ambiente corretto: frequentare persone affini, evitare chiacchiere inutili.
  • Minimo possedimenti: riduzione dei legami esterni.
  • Moderazione nel cibo: quanto basta per la salute, senza causare sonnolenza.
  • Luogo appartato: lontano da rumori e distrazioni.

11.2. Tecnica della "concentrazione triangolare"

Un metodo speciale per praticanti principianti con la mente dispersa:

  • Immaginare qualsiasi movimento della mente e percezione del mondo come la base di un triangolo.

Il terzo punto del triangolo è l'oggetto della concentrazione (sillaba Om* o un punto).

  • Mirare a ricondurre tutta la varietà delle percezioni in questo unico punto.
  • Praticare come se non esistesse nient'altro al di fuori di quel punto.

11.3. Riferimenti temporali

Gli insegnamenti tradizionali indicano tempi approssimativi per i praticanti seri:

  • 6 mesi di concentrazione grossolana quotidiana — comparsa dei primi risultati stabili.
  • 6 anni — acquisizione della comprensione di cosa sia dimorare nella presenza; raggiungimento dell'autoliberazione delle tre porte.
  • 12 anni supplementari — stabilizzazione della presenza, che non può più essere perduta.
  • Tutta la vita — lavoro con i metodi più sottili per la purificazione completa del corpo causale.

12. Livelli di concentrazione nella vita quotidiana

La concentrazione è applicabile non solo nella meditazione formale, ma anche nelle attività quotidiane. Gli insegnamenti tradizionali distinguono otto livelli di concentrazione:

  1. Desiderio debole — sogni e fantasie senza reale focalizzazione.
  2. Desiderio forte senza concentrazione — molti pensieri, ma non si materializzano.
  3. Intenzione di concentrarsi — nascita della concentrazione, ma la volontà è ancora debole.
  4. Concentrazione variabile — a volte buona, a volte debole; il successo dipende dal caso.
  5. Buona focalizzazione ordinaria — raggiungimento stabile degli obiettivi, intuitività.
  6. Focalizzazione unidirezionale forte — chiaroveggenza, gestione magica della volontà.
  7. Focalizzazione che penetra nel futuro — gestione volitiva di cause ed effetti.
  8. Focalizzazione che cambia la realtà — livello dell'avatar, unità totale con la volontà dell'Assoluto.

13. Concentrazione e servizio

È importante capire che la concentrazione non è solo una pratica in posizione del loto con gli occhi chiusi. Questa qualità deve permeare tutta la vita del praticante:

"Se fate seva (servizio) in concentrazione, il vostro seva sarà leggero e proficuo, non sarete distratti da nulla. È proprio come quando, seduti, vi concentrate su un punto o sull'immagine di una divinità. Sono gli stessi processi".

Il servizio (sevā) diventa una pratica di concentrazione a pieno titolo quando viene eseguito con totale attenzione e unidirezionalità. In questo caso, i meccanismi della coscienza sono identici alla meditazione formale.

Conclusione

Dharana — il sesto stadio dello yoga classico di Patanjali — è la pratica chiave che collega lo yoga esterno (bahiranga) a quello interno (antaranga). È la fondamenta su cui si costruiscono tutti i risultati successivi: meditazione, samadhi e, in ultima analisi, la liberazione (mokṣa).

L'esperienza spirituale, la capacità di meditare e contemplare, l'abilità di raggiungere gli obiettivi nella vita — tutto ciò dipende direttamente dalla capacità di concentrarsi. Come recita la tradizione:

"Alla fine, la mente sarà concentrata sull'Atman. Questa è dharana — la fase in cui deve essere sviluppata un'attenzione immensa".

La concentrazione è lo strumento con cui i raggi dispersi della mente vengono raccolti in un unico flusso potente, capace di penetrare nell'essenza della realtà e rivelare il Sé superiore (Atman).

Fonti e letteratura

Testi classici:

Yoga Sutra* di Patanjali (ca. II sec. a.C. – IV sec. d.C.) Yogabhashya* — commento agli Yoga Sutra (ca. 400 d.C.) Visuddhimagga* ("Il sentiero della purificazione") — trattato buddista di Buddhaghosa (V sec. d.C.) Tattva-vaiśāradī* — commento di Vachaspati Mishra (IX sec. d.C.) Hatha Yoga Pradipika* di Svatmarama (XV sec.)

Studi moderni:

Edwin F. Bryant, The Yoga Sūtras of Patañjali* (North Point Press, 2009) Georg Feuerstein, The Yoga-Sūtra of Patañjali* (Inner Traditions, 1989) Philipp A. Maas, Samādhipāda: Das erste Kapitel des Pātañjalayogaśāstra* (Aachen, 2006) Gregor Maehle, Ashtanga Yoga: Practice and Philosophy* (New World Library, 2006)

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